ivy83 ha scritto:
Una torta rustica con salame wurstel e ricotta non l'avrei mangiata neanche quando ero schifivora...
Kalpoternit ha scritto:
Madonna che schifo!! Ma che roba è...vien da vomitare!
Qui a Napoli e nelle zone limitrofe viene in generale definita "torta rustica", un tortino di pasta lievitata e cotta in forno imbottita con ricotta, che rappresenta l' impasto base ed, in aggiunta, tagliati a pezzettini e sbiriciolati all'interno, salumi di vario tipo (prosciutto cotto, wurstel, salame, ciccioli ecc.) nonchè formaggi e/o latticini.
Le varianti sono numerose, talvolta molto diverse una dall'altra, sia per forma per ingredienti usati. Per esempio, c'è anche la versione focaccia, comunemente denominata "pizza rustica", dalla classica forma schiacciata e distesa in teglie e sempre cotta al forno.
Perfino molte rosticcerie e panetterie propongono versioni in "miniatura" di tali prodotti definiti semplicemente "rustici".
Tale torta rustica non rappresenta comunque l'unico esempio, in tal senso, di "farraginosa mistura" di... varie "amenità" che la gastronomia campana propone. Cosa che del resto la si riscontra anche in ricette simili di altre regioni
italiane.
In questo momento mi viene in mente il cosiddetto "pagnuttiello napoletano" (pagnuttiello sta per "piccola pagnotta"). Quest'ultimo, noto anche come "panino napoletano", è una pagnotta, grosso modo simile ad un fagottino, di pasta lievitata e cotta al forno con all' interno salame, ciccioli, prosciutto cotto, tagliati a dadini e, dulcis (!) in fundo, strutto, uova sode e formaggio in pezzi (!!!).
Questi panini, venduti anche da ambulanti, durante l' orario di pranzo, specie nelle zone dove si tengono mercati, fiere oppure in strade e zone ad alta densità di esercizi commerciali ed uffici, costituiscono molto spesso il veloce pranzo di commessi, operai, impiegati e lavoratori in genere.
Essi nascono inizialmente con lo scopo di non buttar via le cosiddette "rammasuglie", letteralmente i rimasugli, ossia i residui e gli scarti che inevitabilmente avanzano in seguito al taglio dei vari salumi durante la vendita e che salumieri e macellai, mettono appositamente da parte. Periodicamente, rosticcieri e fornai passano poi a ritirare tali rimanenze che vanno così a costituire parte degli ingredienti di panini napoletani, ma anche di prodotti simili (per es. i "tortanielli", le pizze ripiene ecc.).
Ciò comporta per entrambi un reciproco vantaggio: difatti i salumieri possono assicurarsi un margine ulteriore di guadagno su una parte dell' intero prodotto iniziale che, inevitabilmente, è destinata a divenire scarto e quindi ad essere buttata via, dal momento che non risulta idonea alla vendita. Nel contempo, il rosticciere, dal canto suo, può acquistare, in grandi quantità e ad un prezzo irrisorio, degli ingredienti per imbottire i suoi panini. Tutto questo fa poi sì che questi arrivino a costare piuttosto poco al consumatore finale, divenendo in tal modo davvero accessibili a tutte le tasche. Da qui la loro ampia e diffusa popolarità.
Ricordo che anche al bar della mia scuola superiore, insieme a pizzette, panini di vario tipo e focacce si vendevano questi "pagnuttielli". E tutti gli studenti, tranne me e qualcun' altro, ne facevano letteralmente incetta, specie quando si usciva alle 14,30, dopo le 7 fatidiche ore di lezione. E ricordo pure, anche da non vegetariano, di aver sempre sentito una "idiosicrasia", fortissima ed istintiva, sia di tipo visivo che olfattivo, per questa ed altre "oscure e farraginose misture", decantatemi negativamente da più di una persona che le aveva viste preparare.
Da qui come il concetto di "buono" è essenzialmente di tipo culturale, anche quando lo si intende soggettivamente (il cosiddetto gusto).
Ad ogni modo, la filosofia del non sprecare nulla, in realtà vera e propria necessità fino a pochi decenni fa nel nostro paese, ha dato vita a prodotti, alimenti ed anche piatti che hanno poi avuto un' "identità" propria e quindi una storia gastronomica ben precisa.
Mi viene ora in mente che tale filosofia ha dato vita, per esempio, anche alla pasta mista, che oggi costituisce un formato di pasta a sè, ben preciso ed appositamente creato e confezionato dalle varie industrie pastaie. Essa è nata in realtà nel napoletano, zona di antica tradizione nel settore dalla lavorazione della pasta di grano duro, quando questa, nei pochi formati allora esistenti, veniva ancora venduta sfusa. Infatti, dopo averla pesata, per poterla impacchettare e consegnare al cliente, veniva spezzata con le mani; nel caso poi dei formati "lunghi" (bucatini, ziti, vermicelli) anche più volte. E i vari residui, dalle più svariate forme e grandezze, derivanti da tale operazione e rimanenti sul banco del commerciante, non venivano gettati via ma raccolti a fine giornata in appositi contenitori. Questa "rammasuglia" della pasta, o meglio questa "munnezzaglia" (non intesa comunque in senso dispregiativo)andava così a costituire un formato di pasta a sè, praticamente creato al momento ed ogni volta sempre diverso, ed il cui prezzo di vendita era sempre decisamente meno alto rispetto ai più "nobili" formati da cui proveniva.
Ciao a tutti.
Daniele
P.S. Spero di non avervi troppo annoiato con questa mia digressione sull' origine della pasta mista...