Ho iniziato in questi giorni a leggere il libro "La pelle dell'orso", di Margherita D'Amico, che racconta dei vari modi in cui gli animali sono massacrati dagli umani.
E' un bel libro, scritto molto bene. Ma faro' una recensione completa quando l'avro' finito. Adesso volevo solo raccontare di una riflessione che il libro mi ha fatto sorgere, o meglio, tornare in mente, perche' non e' certo la prima volta che ci penso.
Secondo me la cosa piu' azzeccata del capitolo sugli allevamenti di animali per l'alimentazione umana e' che l'autrice non parla di "carne", di "latte", di
"uova" spiegando magari perche' non e' giusto mangiare queste cose, non si focalizza sui "prodotti" degli allevamenti, ma sugli allevamenti stessi. Apre il capitolo raccontando delle mucche da latte e dei vitelli, e sono due pagine veramente commoventi (devo contattarla per vedere se e' possibile riprodurle, cosi' magari le mettiamo sul
sito
https://www.infolatte.it ).
In questo modo non fa distinzione tra "latte" e
"carne", perche' non ha infatti senso farla: quel che
conta e' da dove vengono queste cose, e vengono tutte da allevamenti in cui gli animali sono trattati in modo orribile e poi ammazzati. Sempre. Questa e' la caratteristica di TUTTI gli allevamenti.
Cosa importa il "prodotto"? Cosa importa se quella mucca
e' stata usata per produrre latte, se quel pesce e' stato usato per produrre "tonno in scatola" (anche i tonni sono allevati in allevamento, si'), se quel pollo e' stato
usato per produrre "petto di pollo" o se quella gallina
e' stata usata per produrre "uova" (e poi dadi da
brodo)?
Tutti sono stati tenuti in confinamento, la loro intelligenza e sensibilita' umiliate, ridotti in
schiavitu' e ammazzati in un macello pieno di sangue e di paura.
Perche' continuiamo a focalizzarci sul "prodotto", come
se fosse quella la cosa di cui parlare, e uno fosse piu' accettabile di un altro perche' nella nostra mente - offuscata e tramortita dall'abitudine e "tradizione", la nostra di veg come quella dei carnivori - quel dato "prodotto" richiama o meno alla mente qualcosa brutto?
E' sbagliato, e' il punto di vista sbagliato.
E' sempre sull'allevamento che va posta l'attenzione, e qualsiasi prodotto che implichi allevamento - e quindi sofferenza e morte - per gli animali (non esiste allevamento senza sofferenza e morte per gli animali, non puo' esistere, e piu' passa il tempo peggio va, mai
meglio) e' uguale.
Io in qualche modo nelle conferenze cerco di dire questo, cioe' quando spiego cosa vogliono dire le parole "vegan"
e "vegetariano" spiego sempre che le motivazioni sono le stesse, cioe' il problema di fondo e' sempre lo stesso,
il danno agli animali (e all'ambiente, e alla salute
umana, e al problema della fame nel mondo). E che questo danno e' dovuto agli allevamenti, quindi l'evitare di
usare i prodotti degli allevamenti e' la nostra risposta
di veg, parziale in un caso, totale in un altro.
Pero' credo che piu' in generale nella comunicazione sia importante tenere conto il piu' possibile di questo concetto, parlando del "prima", cioe' di quello che gli animali subiscono negli allevamenti - tutti gli animali - e non dei loro "prodotti". Ogni campagna che si focalizzi
sul prodotto in se' piuttosto che sui problemi che la sua produzione crea, e sulle soluzioni per evitarli, credo sia poco efficace.
Poi c'e' anche l'effetto collaterale che mette piu'
sulla difensiva le persone: dire "aboliamo la carne",
mette sulla difensiva molto di piu' che dire "aboliamo la sofferenza e la morte negli allevamenti", e da' anche un messaggio brutto, perche' considera gli animali "carne" anziche' esseri senzienti.
Insomma, il mio invito e' di smettere tutti di pensare in termini di "prodotti", ma solo di animali fatti soffrire
e massacrati, allora davvero potremo essere piu' efficaci nell'evitare loro questa sofferenza, sia con le nostre scelte di vita quotidiana sia col nostro attivismo.
Ciao,
Marina