I poeti lavorano di notte; pagina 27
391
Claire,
28/05/11 22:35
SCENA SECONDA - Giardino dei Capuleti
(Entra ROMEO)
ROMEO: Ride delle cicatrici, chi non ha mai provato una ferita.
(Giulietta appare ad una finestra in alto) Ma, piano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l'oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell'astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. E' la mia signora; oh! è l'amor mio!
oh! se lo sapesse che è l'amor mio! Ella parla, e pure non proferisce accento: come avviene questo? E' l'occhio suo che parla; ed io risponderò a lui. Ma è troppo ardire il mio, essa non parla con me:
due fra le più belle stelle di tutto il cielo, avendo da fare altrove, supplicano gli occhi suoi di voler brillare nella loro sfera, finché esse abbian fatto ritorno. E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù, e le stelle fossero nella fronte di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno fa impallidire la fiamma di un lume; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l'etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantare, credendo finita la notte.
Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss'io un guanto sopra la sua mano, per poter toccare quella guancia!
GIULIETTA: Ohimè!
ROMEO: Essa parla. Oh, parla ancora, angelo sfolgorante! poiché tu sei così luminosa a questa notte, mentre sei lassù sopra il mio capo come potrebbe esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortali, che nell'alzarsi non mostra che il bianco, mentre varca le pigre nubi e veleggia nel grembo dell'aria.
GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.
GIULIETTA: L'orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, ed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?
ROMEO: Né l'uno né l'altro, bella fanciulla se l'uno e l'altro a te dispiace.
GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino sono alti, e difficili a scalare, e per te, considerando chi sei, questo è un luogo di morte, se alcuno dei miei parenti ti trova qui.
ROMEO: Con le leggere ali d'amore ho superati questi muri, poiché non ci sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò che amore può fare, amore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un
ostacolo.
GIULIETTA: Se ti vedono, ti uccideranno.
ROMEO: Ahimè! c'è più pericolo negli occhi tuoi, che in venti delle loro spade: basta che tu mi guardi dolcemente, e sarò a tutta prova contro la loro inimicizia.
GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.
ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; ma a meno che tu non mi ami, lascia che mi trovino qui: meglio la mia vita terminata per l'odio loro, che la mia morte ritardata senza che io abbia l'amor tuo.
GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?
ROMEO: Amore, il quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato il suo consiglio, ed io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un pilota:
ma se tu fossi lontana da me, quanto la deserta spiaggia che è bagnata dal più lontano mare, per una merce preziosa come te mi avventurerei sopra una nave.
GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il volto, altrimenti un rossore verginale colorirebbe la mia guancia, per ciò che mi hai sentito dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le convenienze; volentieri vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma ormai addio cerimonie! Mi ami tu? So già che dirai "sì", ed io ti prenderò in parola; ma se tu giuri, tu puoi ingannarmi: agli spergiuri degli amanti dicono che Giove sorrida. O gentile Romeo, se mi ami dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia lasciata vincere troppo presto, aggrotterò le ciglia e farò la cattiva, e dirò di no, così tu potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no per tutto il mondo. E' vero, bel Montecchi, io son troppo innamorata e perciò la mia condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimi, gentil cavaliere, alla prova io sarò più sincera di quelle che sanno meglio di me l'arte della modestia. Tuttavia sarei stata più riservata, lo devo riconoscere, se tu, prima che io me n'accorgessi, non avessi sorpreso l'ardente confessione del mio amore: perdonami dunque e non imputare la mia facile resa a leggerezza di questo amore, che l'oscurità della notte ti ha svelato così.
ROMEO: Fanciulla, per quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberi, io giuro...
GIULIETTA: Oh, non giurare per la luna, la incostante luna che ogni mese cambia nella sua sfera, per timore che anche l'amor tuo riesca incostante a quel modo.
ROMEO: Per che cosa devo giurare?
GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua cara persona, che è il dio idolatrato dal mio cuore, ed io ti crederò.
ROMEO: Se il sacro amore del mio cuore...
GIULIETTA: Via, non giurare. Benché io riponga in te la mia gioia, nessuna gioia provo di questo contratto d'amore concluso stanotte: è troppo precipitato, troppo imprevisto, troppo improvviso, troppo somigliante al lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire "lampeggia". Amor mio, buona notte! Questo boccio d'amore, aprendosi sotto il soffio dell'estate, quando quest'altra volta ci rivedremo, forse sarà uno splendido fiore. Buona notte, buona notte! Una dolce pace e una dolce felicità scendano nel cuor tuo, come quelle che sono nel mio petto.
ROMEO: Oh! mi lascerai così poco soddisfatto?
GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?
ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.
GIULIETTA: Io ti diedi il mio, prima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei non avertelo ancora dato.
ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragione, amor mio?
GIULIETTA: Solo per essere generosa, e dartelo di nuovo. Eppure io non desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata come il mare, e l'amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne concedo a te, più ne possiedo, poiché la mia generosità e l'amor mio sono entrambi infiniti. (La Nutrice chiama di dentro) Sento qualche rumore in casa; addio, caro amor mio! Subito, mia buona nutrire! Diletto Montecchi, sii fedele. Aspetta un solo istante, tornerò. (Esce)
ROMEO: O beata, beata notte! Stando così in mezzo al buio, io ho paura che tutto ciò non sia che un sogno, troppo deliziosamente lusinghiero per essere realtà.
(Giulietta torna alla finestra)
GIULIETTA: Due parole, caro Romeo, e buona notte davvero. Se l'intenzione dell'amor tuo è onesta e il tuo proposito è il matrimonio, mandami a dire, domani, per una persona che farò venir da te, dove e in qual tempo tu vuoi compiere la cerimonia ed io deporrò ai tuoi piedi il mio destino e ti seguirò, come signore mio, per tutto il mondo.
NUTRICE (di dentro): Signora!
GIULIETTA: Vengo subito. Ma se le tue intenzioni non sono oneste, io ti scongiuro...
NUTRICE (di dentro): Signora!
GIULIETTA: Ora vengo! Cessa le tue proteste e lasciami al mio dolore:
domani manderò.
ROMEO: Così l'anima mia sia salva...
GIULIETTA: Mille volte buona notte! (Si ritira dalla finestra)
ROMEO: Mille volte cattiva notte, invece, poiché mi manca la tua luce.
Amore corre verso amore, con la gioia con cui gli scolari lasciano i loro libri, ma al contrario amore lascia amore con quella mestizia nel volto, con la quale gli scolari vanno alla scuola. (Si ritira lentamente)
(Riappare GIULIETTA alla finestra)
GIULIETTA: Pst! Romeo, pst! Oh avessi io la voce di un falconiere, per richiamare a me questo gentile terzuolo! La voce della schiavitù è fioca, e non può farsi sentire: altrimenti saprei squarciare la caverna dove si cela l'eco e far diventare l'aerea sua voce più fioca della mia, a forza di ripetere il nome del mio Romeo.
ROMEO (tornando indietro): E' l'anima mia che pronunzia il mio nome; che dolce tinnire d'argento ha nella notte la voce degli amanti! E' come una musica dolcissima, per un orecchio che ascolta avidamente.
GIULIETTA: Romeo!
ROMEO: Cara!
GIULIETTA: A che ora, domani, devo mandare da te?
ROMEO: Alle nove.
GIULIETTA: Non mancherò; ci sono venti anni di qui allora. Non mi ricordo più perché ti ho richiamato.
ROMEO: Lasciami restar qui finché te ne ricordi.
GIULIETTA: Allora io non me ne ricorderò apposta, affinché tu resti qui ancora, rammentandomi solamente quanto mi è cara la tua compagnia.
ROMEO: Ed io resterò qui, perché tu non te ne ricordi, dimenticando ogni altra mia abitazione fuori di questa.
GIULIETTA: E' quasi giorno, io vorrei che tu fossi già partito, ma senza allontanarti più dell'augellino, che una monella lascia saltellare per un poco fuori della sua mano, povero prigioniero avvinto nelle sue ritorte catene, e tosto per mezzo di un filo di seta lo riconduce a sé con una stratta, amante troppo gelosa della sua libertà.
ROMEO: Io vorrei essere il tuo augellino.
GIULIETTA: Anch'io vorrei che tu lo fossi o caro: ma avrei paura di ucciderti per il troppo bene. Buona notte, buona notte! L'addio che ci separa è un dolore così dolce, che ti direi "buona notte" fino a domattina. (Si ritira)
ROMEO: Il sonno scenda sugli occhi tuoi, la pace nel tuo petto! Oh fossi io il sonno e la pace per riposare così dolcemente! Ed ora anderò alla cella del mio padre spirituale ad implorare il suo aiuto e a raccontargli la mia buona ventura.
(Esce)
392
Claire,
28/05/11 22:36
SCENA TERZA - La cella di Frate Lorenzo
(Entra Frate LORENZO con un paniere)
FRATE LORENZO: Il mattino dai grigi occhi sorride all'accigliata notte, gittando sprazzi di luce sulle nubi orientali; e la tenebra, chiazzata in volto, si ritrae, barcollando come un ubriaco, dal sentiero del giorno e dalle infocate ruote di Titano. Ora, prima che il sole si avanzi, col suo occhio fiammeggiante a rallegrare il giorno e ad asciugare l'umida rugiada della notte, questo paniere di vimini deve esser pieno di erbe velenose e di fiori dal succo prezioso. La terra che è la madre della natura, è anche la sua tomba; il sepolcro della natura è lo stesso grembo dal quale ella ha la vita. E noi vediamo figli di diverso genere, usciti da quel grembo, suggere il materno petto della terra, molti ottimi per molte virtù, nessuno che non ne abbia qualcuna, e pure tutti differenti. Oh! grande è la virtù che risiede nelle erbe, nelle piante, nelle pietre e nelle loro intime qualità; poiché nulla esiste sulla terra di sì vile, che alla terra non dia qualche bene particolare; né cosa alcuna è così buona, che, distratta dal suo buon uso, non si ribelli alla sua origine, cadendo nell'abuso. La virtù stessa diventa vizio, male esercitata; e il vizio talora è nobilitato da una bella azione Sotto la tenera buccia di questo fragile fiore, risiede nello stesso tempo un veleno e una virtù medica, poiché se tu l'odori, risveglia in te una gioconda eccitazione di tutto il senso; se tu lo gusti, ti uccide, insieme col cuore, tutti i sensi. Anche nell'animo dell'uomo, come nelle erbe, stanno accampati, in continua guerra fra di loro, due re nemici: la grazia e la volontà brutale; e la pianta dove la peggiore di queste due potenze trionfa, è divorata tosto dal verme della morte.
(Entra ROMEO)
ROMEO: Buon giorno, padre.
FRATE LORENZO: 'Benedicite.' Qual voce mattutina mi saluta così dolcemente? Figliuolo mio, se tu dai così presto il buon giorno al tuo letto, è segno che hai la mente turbata: nella pupilla dei vecchi veglia assidua la sollecitudine, e dove alberga la sollecitudine, non trova mai posto il sonno; ma ove distende le sue membra la intatta gioventù, che ha la mente sgombra, là regna un ameno sonno. Perciò questa tua visita mattutina mi da la certezza che qualche inquietudine ti ha costretto ad alzarti; o se non è così, questa volta io colgo nel segno: il nostro Romeo stanotte non è andato a letto.
ROMEO: Quest'ultima supposizione è vera: ma il mio riposo è stato, anzi, più dolce delle altre notti.
FRATE LORENZO: Dio perdoni al peccatore! Sei stato con Rosalina?
ROMEO: Con Rosalina, padre mio? No, ho dimenticato quel nome, e le pene che quel nome mi faceva soffrire FRATE LORENZO: Bravo il mio figliuolo: ma dove sei stato dunque?
ROMEO: Te lo dirò, senza che tu me lo domandi un'altra volta. Sono stato a festa dal mio nemico, e là improvvisamente sono stato ferito, da chi io stesso ferivo. Il rimedio che può guarirci tutti e due è riposto nel tuo aiuto e nella tua santa medicina. Io non serbo rancore a nessuno, padre benedetto; poiché, vedi, la mia intercessione profitta anche al mio nemico.
FRATE LORENZO: Sii chiaro, figliuolo mio, e semplice nel tuo discorso; una confessione enigmatica non può avere che una assoluzione enigmatica.
ROMEO: Allora sappi, senz'altro, che il mio cuore ha posto il suo amore più caro nella bella figlia del ricco Capuleti; e come il mio cuore l'ho posto in lei, così lei il suo l'ha posto in me. Tutto è combinato, se non ciò che spetta a te di combinare, per mezzo del santo matrimonio. Quando, dove, e come ci siamo visti, abbiamo parlato di amore, e ci siamo scambiati la fede, te lo dirò mentre camminiamo, ma intanto io ti prego di volerci fare sposare oggi stesso.
FRATE LORENZO: San Francesco sia benedetto, che cambiamento è mai questo? Rosalina, colei che tu amavi così teneramente, l'hai bell'e dimenticata? Dunque l'amore di voialtri giovani non ha la sua vera sede nel cuore ma negli occhi. Gesummaria! e pure quale mare di lacrime ha bagnato le tue pallide guance per cagione di Rosalina!
Quanta acqua salata hai sprecato inutilmente per rendere più saporito un amore, che poi non devi nemmeno assaggiare! Il sole non ha ancora dissipato nel cielo la nebbia dei tuoi sospiri, i tuoi gemiti antichi risuonano ancora nei miei tardi orecchi; vedi, qui sulla tua gota c'è rimasta la macchia di un'antica lacrima, che non si è ancora asciugata. Se tu fosti sempre lo stesso, e queste pene furono tue, tu e queste pene appartenevate unicamente a Rosalina: e sei cambiato così? Allora ripeti questa sentenza: Possono ben cadere le donne, una volta che gli uomini sono così deboli.
ROMEO: Tu mi hai spesso rimproverato di amare Rosalina
FRATE LORENZO: Di essere infatuato, non di amare, figliuolo mio.
ROMEO: E mi hai detto di seppellire questo mio amore.
FRATE LORENZO: Non però in una tomba per mettervene uno e disseppellirne un altro.
ROMEO: Ti prego, non mi rimproverare: colei che amo ora, mi rende grazia per grazia e amore per amore; l'altra non faceva così.
FRATE LORENZO: Oh! perché capiva bene che l'amor tuo non sapeva compitare, e invece di leggere recitava a memoria. Ma andiamo, volubile ragazzo, vieni con me, c'è un motivo per il quale io voglio aiutarti: questo matrimonio potrebbe avere la fortuna di cambiare in un sincero amore l'odio delle vostre famiglie.
ROMEO: Oh! andiamo via; ho bisogno di far molto presto.
FRATE LORENZO: Prudenza e calma; chi corre troppo, inciampa e cade.
(Escono)
393
Claire,
28/05/11 22:37
SCENA QUARTA - Una strada
(Entrano BENVOLIO e MERCUZIO)
MERCUZIO: Dove diavolo può essere questo Romeo? Che non sia tornato a casa stanotte?
BENVOLIO: A casa di suo padre no certo, ho parlato col suo domestico.
MERCUZIO: Insomma, quella pallida fanciulla dal cuore di sasso, quella Rosalina, lo tormenta così, che egli finirà per diventar matto di certo.
BENVOLIO: Tebaldo, congiunto del vecchio Capuleti, ha mandato una lettera a casa di suo padre.
MERCUZIO: Una sfida, sulla mia vita!
BENVOLIO: Romeo gli saprà rispondere.
MERCUZIO: Chiunque sa scrivere può rispondere ad una lettera.
BENVOLIO: Ma no; dico che egli risponderà debitamente all'autore di quella lettera: sfidato, sfiderà.
MERCUZIO: Ah! povero Romeo, è bell'e morto! Trafitto dagli occhi neri di una bianca fanciulla, ferito in un orecchio da una canzone d'amore, col cuore spaccato nel mezzo dalla freccia del piccolo arciere cieco, è questo l'uomo che può affrontare Tebaldo?
BENVOLIO: Via! Che sarà mai Tebaldo!
MERCUZIO: Qualche cosa di più che Tebaldo il principe dei gatti, te lo dico io. Oh, è il valoroso campione d'ogni compitezza. Si batte con la precisione con cui tu potresti cantare da uno spartito; va a tempo, mantiene la distanza e la misura; ti fa una pausa di un attimo, uno, due, e la terza te la pianta nel petto; è il vero beccaio dei bottoni di seta, un duellista, un duellista; un gentiluomo di primo rango, un vero maestro di prima e seconda causa. Ah, l'immortale passata! il punto riverso! il "toccato"!
BENVOLIO: Il che?
MERCUZIO: Il canchero di questi grotteschi, balbuzienti fantastici, pieni di affettazione; di questi odierni concia-parole! "Per Gesù, una bonissima lama! un uomo di bella taglia! una puttana sopraffina!".
Insomma, nonno mio, non è una cosa deplorevole, che oggi si debba essere afflitti in tal modo da queste mosche straniere, da questi spacciatori di mode, da questi 'pardonnez-moi', i quali s'impancan talmente sull'ultima foggia che non possono più sedere comodamente sulle panche che usavano una volta? O i loro 'bons', i loro 'bons'!
(Entra ROMEO)
BENVOLIO: Ecco qui Romeo, ecco qui Romeo.
MERCUZIO: Levatogli il latte, come un'aringa secca. O carne, carne, come ti sei fatta pesce! Ora s'è dato ai metri che modulava il Petrarca: Laura a paragone della sua donna non era che una sguattera; ma sfido, aveva un amante assai più valente a cantarla in rima; Didone era una druda: Cleopatra, una zingara; Elena ed Ero, marcolfe e sgualdrine; Tisbe aveva l'occhio cesio o roba simile, ma senza costrutto. Signor Romeo, 'bonjour'! eccoti un saluto in francese per le tue brache francesi. Stanotte, bellamente, ci hai pagato di mala moneta!
ROMEO: Buon giorno a tutti e due. Che mala moneta vi ho dato?
MERCUZIO: Sei corso fuori, messere, fuori corso, non capisci?
ROMEO: Perdono, o buon Mercuzio, il mio affare era urgente; e in un caso come quello mio, è permesso ad un uomo di deflettere dalle regole della riverenza.
MERCUZIO: Ciò è quanto dire, che un caso come il tuo fa flettere a un uomo i ginocchi.
ROMEO: Cioè fare una riverenza.
MERCUZIO: Ci hai imbroccato proprio per bene.
ROMEO: Una interpretazione veramente riverita, la tua!
MERCUZIO: Diavolo! io sono la riverenza incarnata.
ROMEO: Incarnata come una rosa?
MERCUZIO: Precisamente.
ROMEO: E allora vedrai che anche la suola dei miei scarpini è incarnata.
MERCUZIO: Questo è spirito vero! Infatti la suola dei tuoi scarpini è rósa, e quando la sola suola è rósa, la freddura piglia piede.
ROMEO: Oh! freddura pedestre, che si regge in piedi solo perché è fatta coi piedi.
MERCUZIO: Vieni a separarci, o buon Benvolio mi vien meno lo spirito.
ROMEO: Scudiscio e sproni, scudiscio e sproni, ci vuole per te, altrimenti io proclamerò partita vinta.
MERCUZIO: Perdio! se il tuo spirito vuol fare col mio il gioco dell'oca son bell'e fritto: poiché c'è più oca in uno solo dei tuoi sensi, ne sono sicuro, che io non ne abbia in tutti e cinque i miei messi insieme. Ero io forse pari con te costì quanto all'oca?
ROMEO: Tu non sei mai stato pari con me in nulla, se non lo sei stato costì quanto all'oca.
MERCUZIO: Per questa tua spiritosaggine ti voglio dare un morsichino in un orecchio.
ROMEO: Via! o buona oca, non mordere.
MERCUZIO: Il tuo spirito è molto agrodolce; è una vera salsa piccante.
ROMEO: E non è forse ben servita, come contorno ad una dolce oca?
MERCUZIO: Oh, ecco dello spirito di pelle di capretto, che dalla larghezza di un pollice, a forza di tirare col ferro, si può far diventare largo un braccio!
ROMEO: Allora io lo tiro fino a raggiungere cotesta parola "ferro", la quale unita ad "oca" dimostra che tu non cerchi di far altro che ferrare le oche.
MERCUZIO: Ebbene, questo non è forse meglio che spasimare d'amore? Ora sei ritornato socievole come prima, ora sì che sei Romeo; ora sei come l'arte e la natura ti hanno fatto; poiché questo farnetico di Amore assomiglia a un grande idiota, che corre su e giù con la lingua di fuori, per trovare un buco dove nascondere il suo gingillo.
ROMEO: Fermati qui, fermati qui.
MERCUZIO: Tu vuoi che io mozzi il mio discorso, proprio a contrappelo.
ROMEO: Sì, tanto lo so che hai pochi peli sulla lingua.
MERCUZIO: Oh! t'inganni: non volevo torcere un pelo perché ero già arrivato in fondo, e non avevo davvero l'intenzione di addentrarmi nel soggetto.
ROMEO: Ecco un bell'arnese!
(Entra la Nutrice insieme con PIETRO)
MERCUZIO: Una vela, una vela!
BENVOLIO: Due, due, una camicia e una gonnella.
NUTRICE: Pietro!
PIETRO: Subito!
NUTRICE: Il mio ventaglio, Pietro.
MERCUZIO: Sì, o buon Pietro, per nascondervi dietro la faccia: poiché quella del suo ventaglio è la faccia più bella.
NUTRICE: Dio vi dia il buon giorno, signori.
MERCUZIO: Dio ti dia la buona sera, bella gentildonna.
NUTRICE: E' proprio l'ora di dar la buona sera?
MERCUZIO: Né più né meno, ve lo dico io; poiché ora la mano oscena della meridiana è sull'asta del mezzogiorno.
NUTRICE: Finitela! che razza d'uomo siete?
ROMEO: Un uomo, o gentildonna, che Domineddio ha messo al mondo per sciupare se stesso.
NUTRICE: In fede mia, questa è buona: "per sciupare se stesso" ha detto? Signori, sa dirmi qualcuno di voi, dove potrei trovare il giovine Romeo?
ROMEO: Ve lo posso dire io: ma il giovine Romeo, quando lo avrete trovato, sarà più vecchio di quando lo cercavate. Sono io il più giovane di questo nome, in mancanza di uno peggio.
NUTRICE: Dite bene.
MERCUZIO: Già! il peggio è bene? Oh, bella in verità, che senno, che intelligenza!
NUTRICE: Se siete voi, signore, desidero di farvi una confidenza.
BENVOLIO: Vorrà portargli l'invito per una cena.
MERCUZIO: Una ruffiana, una ruffiana, una ruffiana! All'erta!
ROMEO: Che cosa hai scovato?
MERCUZIO: Una gazza, no di certo, messere, a meno che non sia una putta in un pasticcio di quaresima, che sa già di stantio e puzza prima d'esser mangiata... (Canta)
Una vecchia putta puzza Una vecchia putta pazza, Che buon piatto di quaresima!
Se la putta tanto puzza, L'appetito non s'aguzza, E' pietanza che si biasima.
Romeo, vieni a casa di tuo padre? Noi andiamo là a
desinare.
ROMEO: Vi seguo.
MERCUZIO: Addio, vecchia signora; addio, (cantando) "signora, signora..." (Escono Mercuzio e BENVOLIO)
NUTRICE: Sì! arrivederci! Di grazia, signore, che sfacciato rigattiere è costui, il quale faceva tanta pompa delle sue oscenità da capestro?
ROMEO: E' un signore, nutrice mia, che si diletta a sentire le sue chiacchiere, capace di dire in un minuto solo molte più cose di quelle che egli non ascolti in un mese.
NUTRICE: Se crede di sparlare di me, lo metterò al posto, fosse anche più gagliardo di quello che è, e di venti Zanni della sua risma; e se non sono buona io, troverò chi sarà capace. Vile ribaldo! Non sono mica una delle sue sgualdrine io! Non sono mica una della sua combriccola! (A Pietro) E tu poi te ne stai costì, e lasci che un mariolo qualunque mi tratti a suo piacere?
PIETRO: Io non ho visto alcuno trattarvi a suo piacere, se l'avessi visto, il mio ferro sarebbe uscito all'istante dal fodero, ve lo garantisco. Poiché ho anch'io il coraggio di sguainare la spada presto come gli altri se vedo l'occasione buona in una lite giusta, ed ho la legge dalla mia parte.
NUTRICE: In questo momento, lo giuro davanti a Dio, sono così arrabbiata, che tremo tutta. Vile ribaldo! Vi prego, signore una parola, come vi dicevo la mia padroncina mi ha ordinato di andare in cerca di voi! Quello che mi ha detto di dirvi me lo terrò qui dentro:
prima lasciatemi dire, che se voi doveste condurla, come si suol dire, al paradiso dei matti, la vostra sarebbe come si dice, una condotta assai perfida; perché la signorina è giovane, e perciò se con lei foste doppio, in verità sarebbe una bricconata che fareste a una gentile signora, e un'azione molto cattiva.
ROMEO: Nutrice, raccomandami alla tua signora e padrona. Ti giuro...
NUTRICE: Che buon cuore! Sì, in fede mia le dirò tutto. Mio Dio, mio Dio, sarà proprio felice!
ROMEO: Che cosa le dirai, nutrice, se non mi stai a
sentire?
NUTRICE: Le dirò, o signore, che voi giurate; e questo, se io capisco qualche cosa, è un pegno da gentiluomo.
ROMEO: Dille che stasera trovi qualche pretesto per andare a confessarsi, e alla cella di frate Lorenzo sarà confessata e maritata.
Questo è per la briga che ti prendi.
NUTRICE: No davvero, signore; neppure un soldo.
ROMEO: Andiamo, ti dico di prenderlo.
NUTRICE: Allora, questa sera signore? va bene, sarà là.
ROMEO: Aspetta, buona nutrice: prima che sia passata un'ora ti raggiungerà, dietro al muro del convento, il mio servitore, il quale ti porterà una scala a corda, che nel segreto della notte dovrà condurmi al colmo della gioia. Addio! sii fedele, ed io saprò ricompensare le tue fatiche. Addio! raccomandami alla tua padrona.
NUTRICE: Ed ora, che Dio su in cielo ti benedica! Sentite, signore.
ROMEO: Che dici, mia cara nutrice?
NUTRICE: Il vostro servitore è fidato? Non avete mai sentito dire che due possono serbare un segreto, quando uno di loro sia messo da parte?
ROMEO: Ti garantisco che il mio servitore è sicuro come l'acciaio.
NUTRICE: Bene, signore; la padroncina mia è la più deliziosa damigella del mondo... Mio Dio, mio Dio, l'aveste veduta quando era una piccola chiacchierina! Oh, c'è un nobiluomo qui in città, un certo Paride, il quale per lei metterebbe fuori l'arma volentieri; ma a lei, anima benedetta, piacerebbe vedere un rospo, proprio un rospo, quanto veder lui. Io qualche volta la faccio arrabbiare, e le dico che Paride è l'uomo che ci vuole per lei; ma, ve lo garantisco, quando io dico così, diventa bianca come il più candido panno del mondo. Rosmarino e Romeo non cominciano tutti e due con la medesima lettera?
ROMEO: Sì, nutrice: ebbene? cominciano tutti e due con una r.
NUTRICE: Ah! burlone! Codesta è la lettera del can che ringhia; r è...
per il... No; lo so, incomincia con un'altra lettera, e lei ci ha fatto un motto graziosissimo, su voi e rosmarino: se lo sentiste, vi farebbe bene.
ROMEO: Raccomandami alla tua signora. [Romeo esce).
NUTRICE: Sì, mille volte. Pietro!
PIETRO: Eccomi !
NUTRICE: Pietro, prendi il ventaglio e avviati.
(Escono)
394
Claire,
28/05/11 22:38
SCENA QUINTA - Il Giardino dei Capuleti
(Entra GIULIETTA)
GIULIETTA: L'orologio sonava le nove quando ho mandato la nutrice:
essa mi aveva promesso che in mezz'ora sarebbe tornata. Forse non riesce a trovarlo. Non può essere: oh, ella è zoppa! I messaggeri d'amore dovrebbero essere i pensieri, che corrono dieci volte più veloci dei raggi del sole, allorché caccia via le ombre sulle fosche cime dei monti. Per questo, appunto, Amore è tirato da celeri colombe e per questo ha le ali Cupido, veloce come il vento. Il sole è ormai al punto culminante del suo cammino di oggi, e dalle nove alle dodici vi sono tre lunghe ore: ed ancora non è tornata. Se avesse gli affetti e il sangue caldo della gioventù, si moverebbe con la rapidità di una palla, le parole mie la lancerebbero diritta al mio dolce amore, e quelle di lui la manderebbero diritta a me. Ma la gente vecchia molte volte pare morta; sono inerti, lenti, pesanti e lividi come il piombo.
(Entrano la Nutrice e PIETRO)
Mio Dio! viene finalmente! O dolce nutrice, che notizie mi porti?
L'hai trovato? Manda via quell'uomo.
NUTRICE: Pietro, aspetta alla porta.
(Pietro esce)
GIULIETTA: Ebbene, mia buona, mia dolce nutrice? O Dio! Perché hai quest'aria trista? Se le notizie sono cattive, dammele almeno con lieta cera. Se poi sono buone, tu sciupi la musica delle dolci notizie sonandomela con cotesta faccia arcigna.
NUTRICE: Non ne posso più: lasciatemi riprender fiato un momento. Ahi, come mi dolgono le ossa! che corsa ho fatto!
GIULIETTA: Vorrei che tu avessi le mie ossa ed io le tue notizie. Su, via, te ne prego, parla; mia buona, mia buona nutrice, parla!
NUTRICE: Gesù, che fretta! Non potete aspettare un momento? Non vedete che non posso riprender fiato?
GIULIETTA: Come non puoi riprender fiato, se hai il fiato per dirmi che sei senza fiato? La scusa con la quale tu vuoi giustificare questo indugio, è più lunga del racconto che ti scusi di non poter fare. Le tue notizie sono buone o cattive? Dimmi almeno questo, rispondi sì o no, ed aspetterò a sentire i particolari. Contentami, sono buone o cattive?
NUTRICE: Ebbene, avete fatto una scelta meschina: voi non siete buona a scegliere un uomo. Romeo! no, non è lui quello che ci voleva per voi! Il suo viso, è vero, è più bello di quello di qualunque altro uomo, ma la sua gamba vince quella di tutti gli uomini del mondo, e quanto alla mano, al piede, alla figura... si sa, benché non ci sia nulla da dire, sono senza confronto. Egli non è il fiore della cortesia, però, ne sto garante, è docile come un agnello. Va' per la tua strada, fanciulla mia, servi Dio. Come, avete già pranzato in casa?
GIULIETTA: No, no; ma tutto questo io lo sapevo già. Che cosa dice del nostro matrimonio? Che cosa ne pensa?
NUTRICE: Dio, come mi fa male la testa! Oh, la mia testa! Me la sento battere come se si volesse fare in venti pezzi. E le spalle di dietro!
oh, le mie spalle, le mie spalle! Avete un bel cuore! mandami in giro ad acchiapparmi la morte a forza di trottare su e giù.
GIULIETTA: In fede mia, mi dispiace che tu non ti senta bene: ma via, mia buona, mia cara, mia dolce nutrice, dimmi, che cosa dice l'amor mio?
NUTRICE: Il vostro amore, da onesto gentiluomo, da uomo cortese, gentile, bello, e, ve lo garantisco, virtuoso com'è, dice... Dov'è vostra madre?
GIULIETTA: Dov'è mia madre? Ma, è in casa: dove deve essere? Che strano modo di rispondere! "Il vostro amore, da onesto gentiluomo, dice... Dov'e è vostra madre?".
NUTRICE: O madonna cara! Pigliate fuoco così presto? Allora, Vergine santa, immaginiamoci! questo sarebbe l'impiastro per le mie ossa indolenzite? D'ora in poi le vostre imbasciate fatevele da voi.
GIULIETTA: Eh, quanto chiasso!... via, che cosa dice Romeo?
NUTRICE: Avete avuto il permesso di andare a confessarvi oggi?
GIULIETTA: Sì.
NUTRICE: Allora, presto, andate alla cella di frate Lorenzo, là c'è un marito che aspetta per far di voi una moglie. Ecco il sangue birichino che vi sale alle gote: una notizia qualunque basta perché si facciano subito vermiglie. Presto, alla chiesa; io prenderò un'altra strada in cerca di una scala, con la quale il vostro amante appena è buio dovrà salire su al nido di un uccello; io sono il facchino, e fatico per il vostro diletto: ma fra poco, appena sarà notte, il peso lo porterete voi. Andiamo; io vado a desinare, voi, presto, alla cella.
GIULIETTA: Presto, al colmo della felicità! Mia buona nutrice, addio.
(Escono)
395
Claire,
28/05/11 22:39
SCENA SESTA - La cella di Frate Lorenzo
(Entrano Frate Lorenzo e ROMEO)
FRATE LORENZO: Il cielo sorrida a questo santo atto, e faccia sì che l'avvenire non debba rimproverarcelo con qualche dolore!
ROMEO: Amen, amen! venga pure qualunque dolore possibile: esso non può valere in cambio, quanto la gioia che mi dà un solo breve minuto della sua presenza. Congiungi soltanto le nostre mani con le tue sante parole, e poi la morte, divoratrice d'amore, faccia pure quello che vuole. A me basta di poter dire che Giulietta è mia.
FRATE LORENZO: Queste gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere che si distruggono al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente; l'amore che dura fa cosi; chi ha troppa fretta, arriva tardi come chi va troppo adagio.
(Entra GIULIETTA)
Ecco la donzella. Oh! un piede così leggero non consumerà mai la pietra che dura eterna. Un amante potrebbe cavalcare il filo di ragnatelo che ozieggia sulla lasciva brezza estiva, e non cadere:
tanto è leggera la vanità.
GIULIETTA: Buona sera, mio confessore spirituale.
FRATE LORENZO: Figliuola mia, Romeo ti ringrazierà per tutti e due.
GIULIETTA: Altrettanto anche a lui, se no i suoi ringraziamenti saranno di troppo.
ROMEO: Ah! Giulietta, se la tua gioia è al colmo come la mia, e se tu sei più abile di me a dipingerla con la parola, allora profuma del tuo alito l'aria che ne circonda e il linguaggio della tua ricca musica descriva la ideale felicità che noi due riceviamo, l'uno dall'altra, per via di questo caro incontro.
GIULIETTA: L'immaginazione, più ricca di sostanza che di parole, va superba della sua essenza e non di ornamenti esteriori: sono ben poveri coloro che possono contare le proprie ricchezze, ma il sincero amor mio è giunto ad un tale eccesso, che io non posso calcolare neppur la metà della somma delle mie ricchezze.
FRATE LORENZO: Venite, venite con me, e ci sbrigheremo, poiché, con vostra licenza, voi non resterete soli, finché la santa chiesa non abbia fatto di voi due una persona
sola.
(Escono)
396
Claire,
28/05/11 22:40
ATTO TERZO
SCENA PRIMA - Una piazza pubblica
(Entrano MERCUZIO, BENVOLIO, un Paggio e alcuni Servi)
BENVOLIO: Te ne prego, buon Mercuzio ritiriamoci: la giornata è calda, i Capuleti son fuori di casa, e, se ci incontriamo, non potremo evitare una rissa, poiché in queste giornate di caldo il sangue, inviperito, ribolle.
MERCUZIO: Tu somigli ad uno di quei compari che, appena varcato il limite della taverna, mi sbattono la spada sulla tavola, e dicono:
"Dio faccia che io non abbia bisogno di te!" e per effetto del secondo bicchiere, la tiran fuori per accoppare il coppiere, senza che in verità ve ne sia bisogno.
BENVOLIO: Somiglio ad un compare di questo genere?
MERCUZIO: Via, via, tu col tuo carattere sei un campione così focoso, che l'Italia non ha l'uguale: tanto pronto ad essere eccitato al cattivo umore, quanto pronto ad avere l'umore cattivo per divenire eccitato.
BENVOLIO: E che altro ancora?
MERCUZIO: Nulla, e se ci fossero due uomini di questa fatta, resteremmo presto senza nessuno dei due poiché uno ucciderebbe l'altro. Tu, insomma, attaccheresti lite con uno, perché ha nella barba un pelo di più o un pelo di meno di quello che tu hai nella tua.
Leticheresti con uno che schiaccia le noci, soltanto per il fatto che tu hai gli occhi color nocciola; ora, quale occhio, che non fosse come quello tuo, scoverebbe un motivo come questo per attaccar briga? La tua testa è piena di litigi, come un uovo è pieno di sostanza; eppure, a forza di leticare, ne ha ricevute tante da diventar guasta come un uovo. Hai fatto lite con un uomo che aveva tossito per la strada, perché con la sua tosse aveva svegliato il tuo cane che dormiva sdraiato al sole. Non ti sei preso a parole con un sarto, perché s'era messo la sua giubba nuova prima di Pasqua? Con un altro non hai avuto che dire, perché s'era legato le scarpe nuove con dei lacci vecchi? E vieni a predicare a me, di non fare l'attaccabrighe!
BENVOLIO: Se io fossi pronto ad attaccar lite come sei tu, potrei vendere il feudo assoluto e semplice della mia vita, al primo che volesse comprarlo, per un'ora e un quarto di esistenza.
MERCUZIO: Il feudo assoluto e semplice? O semplicione d'un uomo!
BENVOLIO: Per la mia testa, ecco qua i Capuleti.
MERCUZIO: Per i miei talloni, non me ne curo.
(Entrano TEBALDO ed altri)
TEBALDO: Stammi accanto, perché voglio parlare con loro. Signori, buon giorno; una parola con uno di voi.
MERCUZIO: Non più che una parola, e con uno solo di noi ?
Accompagnatela, almeno, con qualche altra cosa; fate: una parola e un colpo di spada.
TEBALDO: Mi troverete discretamente pronto anche a questo, messere, se vorrete darmene l'occasione.
MERCUZIO: Non potreste pigliarvela da voi, qualche occasione, senza che vi fosse data?
TEBALDO: Mercuzio, ti sei concertato con Romeo...
MERCUZIO: Concertato! Che, ci hai preso per dei menestrelli? Se tu ci credi menestrelli, bada che tu non abbia a sentire altro che delle stonature, ecco l'arco del mio violino; e questo è quello che ti farà ballare. Altro che concerto!
BENVOLIO: Noi stiamo parlando in un pubblico ritrovo di gente: o ritiriamoci in un luogo appartato, e ragionate delle vostre lagnanze con un po' di calma, oppure separiamoci: qui tutti gli occhi ci guardano.
MERCUZIO: Gli occhi furono fatti agli uomini per guardare, lasciate, dunque, che guardino; non mi muovo per il comodo di nessuno, io.
(Entra ROMEO)
TEBALDO: Ebbene, la pace sia con voi, messere, ecco qua il mio uomo.
MERCUZIO: Ma io mi farò impiccare, messere, se egli indossa la vostra livrea. Su, andate voi per primo sul terreno, ed egli sarà al vostro seguito: allora Vossignoria potrà chiamarlo in questo senso il suo uomo.
TEBALDO: Romeo, l'amore che io ti porto, non mi sa porgere un'espressione migliore di questa: tu sei un vile.
ROMEO: Tebaldo, la ragione che io ho di amarti scusa parecchio la collera insita in codesto saluto. Io non sono un vile, perciò addio:
vedo che non mi conosci.
TEBALDO: Ragazzo, questo non potrà scusare l'onta che tu mi hai fatto, perciò voltati e tira fuori la spada.
ROMEO: Io dichiaro di non averti mai offeso, e ti voglio bene più di quello che tu non potrai comprendere, finché non saprai la ragione del bene che ti voglio: e questo, mio buon Capuleti (nome che io ho caro come il mio nome stesso), ti basti.
MERCUZIO: O fredda, disonorante, ignobile sottomissione! Ah! la stoccata se la porterà via! (Tira fuori la spada) Tebaldo, acchiappa- topi, vuoi fare una passeggiata?
TEBALDO: Che cosa vuoi da me?
MERCUZIO: Buon re dei gatti, nient'altro che una delle tue nove vite, con la quale è mia intenzione di prendermi qualche libertà: poi, secondo il modo con cui mi tratterai in seguito, penserò a picchiare di santa ragione sulle altre otto. Vuoi prender per gli orecchi la tua spada e strapparla fuori dalla sua pelliccia? Fa' presto, che la mia non t'abbia a ronzare intorno agli orecchi, prima che la tua sia fuori.
TEBALDO: Sono a vostra disposizione.
(Tirando fuori la spada)
ROMEO: Caro Mercuzio, metti giù la tua spada.
MERCUZIO: Orsù, signore, la vostra botta.
(Si battono)
ROMEO: Benvolio, fuori la spada; abbassa con un colpo i loro ferri.
Signori, risparmiate, per vergogna, questo scandalo! Tebaldo, Mercuzio, il principe ha proibito assolutamente queste zuffe per le vie di Verona. Fermo, Tebaldo; e tu, mio buon Mercuzio...
(Mercuzio è colpito. Escono Tebaldo e i suoi Partigiani)
MERCUZIO: Sono ferito; al diavolo le vostre due famiglie! Sono spacciato: e costui se n'è andato, e non ha nulla?
BENVOLIO: Che! sei ferito?
MERCUZIO: Sì, sì, uno sgraffio, uno sgraffio; ma per Dio è tanto quanto basta. Dov'è il mio paggio? Va', ragazzaccio, cerca un medico.
(Il Paggio esce)
ROMEO: Coraggio, amico; la ferita non può essere grave.
MERCUZIO: Oh no! non è profonda come un pozzo né larga come la porta di una chiesa; ma può bastare, e non ci sarà bisogno di altro.
Domandate di me, domani, e troverete che son divenuto un uomo serio, e muto come una tomba. Vi garantisco che son condito per bene per questo mondo. Maledizione alle vostre due famiglie! Per Dio! Un cane, un topo, un sorcio, un gatto, graffiare a morte un uomo a questo modo! Un fanfarone, un ribaldo, un briccone come lui, che si batte con la precisione della matematica! Perché diavolo ti sei cacciato fra noi due? Io sono stato ferito di sotto al tuo braccio.
ROMEO: Pensai che tutto questo fosse per il meglio.
MERCUZIO: Benvolio, aiutami a trascinarmi in qualche casa, o verrò meno qui. Maledizione a tutte e due le vostre famiglie! Esse mi hanno ridotto cibo per vermi: l'ho avuta, ed anche bella forte. Le vostre famiglie!...
(Escono Mercuzio e Benvolio)
ROMEO: Questo gentiluomo, prossimo parente del principe, è mio vero amico, ha ricevuto quella ferita mortale per difendere me; l'onor mio è macchiato dall'onta di Tebaldo, di Tebaldo che è divenuto mio cugino da un'ora. O mia dolce Giulietta, la tua beltà ha fatto di me un effeminato, e ha indebolito nell'animo mio la tempra del valore!
(Rientra BENVOLIO)
BENVOLIO: O Romeo, Romeo, il prode Mercuzio è morto: quel generoso spirito, che troppo prematuramente ha disprezzato quaggiù la terra, ha raggiunto le nubi.
ROMEO: L'oscuro fato di questo giorno pende sopra ben altri giorni ancora: questo non segna che il principio della sventura, alla quale altri giorni dovranno mettere fine.
(Rientra TEBALDO)
BENVOLIO: Ecco qua di nuovo il furente Tebaldo.
ROMEO: Vivo e trionfante! E Mercuzio ucciso! Ritorna al cielo, o riguardosa mitezza; e tu, o furia dall'occhio di fiamma, sii ora mia guida! O Tebaldo, riprenditi ora il "vile" che mi hai dato dianzi!
Poiché l'anima di Mercuzio è a poca distanza sopra le nostre teste, e aspetta che la tua vada a fargli compagnia; o tu, od io, o tutti e due, dobbiamo raggiungerlo.
TEBALDO: Tu, sciagurato ragazzo, tu che gli fosti compagno quaggiù, te ne anderai con lui di qua.
ROMEO: Questa deciderà.
(Si battono; Tebaldo cade)
BENVOLIO: Romeo, vattene, fuggi! I cittadini si levano a rumore, e Tebaldo è ucciso: non te ne stare costì stupito: se ti pigliano il principe ti condannerà a morte. Vattene fuggi! scappa!
ROMEO: Oh! io sono lo zimbello della fortuna!
BENVOLIO: Ma perché rimani?
(Romeo esce. Entrano Cittadini, eccetera)
PRIMO CITTADINO: Da qual parte è fuggito colui che ha ucciso Mercuzio?
Tebaldo, quell'assassino, dov'è scappato?
BENVOLIO: Eccolo là per terra quel Tebaldo.
PRIMO CITTADINO: Su, signore, venite con me; ve l'ordino in nome del principe, obbedite.
(Entrano il PRINCIPE col suo Seguito; il MONTECCHI, il CAPULETI, le loro Mogli, ed altri)
PRINCIPE: Dove sono i vili eccitatori di questa rissa?
BENVOLIO: Nobile principe, io posso spiegarvi lo sciagurato svolgimento di questa fatale contesa. Ecco là disteso, ucciso per mano del giovane Romeo, l'uomo che ha ammazzato il parente vostro, il prode Mercuzio.
MADONNA CAPULETI: Tebaldo, il mio nipote! Oh, il figlio del fratello mio! Ohimè, principe! Nipote, marito! Oh! si è versato il sangue del mio caro parente. Principe, se voi siete giusto, per il sangue nostro fate scorrere sangue del Montecchi. O nipote, nipote!
PRINCIPE: Benvolio, chi è che ha cominciato questa rissa sanguinosa?
BENVOLIO: Tebaldo qui morto, ucciso dalla mano di Romeo; di Romeo che gli parlava con buona maniera, che lo esortava a riflettere quanto fosse futile quella lite, e gli metteva innanzi perfino il grande dispiacere vostro: tutto questo, sebbene espresso con accento cortese, con lo sguardo tranquillo, coi ginocchi umilmente piegati, non valse a portare tregua alla rabbia sfrenata di Tebaldo, che fu sordo alla pace, finché a un tratto vibra un colpo, con l'acuto acciaio, al petto del valoroso Mercuzio. Questi, furente del pari, oppone mortalmente punta a punta, e, con marziale disprezzo, d'una mano disvia la fredda morte, dell'altra la ricaccia contro Tebaldo, la cui destrezza la respinge. Allora Romeo grida ad alta voce: "Fermi, amici! amici, separatevi!" e più veloce della sua lingua, il suo agile braccio abbassa con un colpo le loro punte fatali, ed egli si scaglia fra loro due: intanto di sotto al suo braccio una fiera botta tirata da Tebaldo colpisce la vita del valoroso Mercuzio, e Tebaldo fugge: ma tosto torna indietro verso Romeo, che proprio allora aveva accarezzato l'idea della vendetta, e alla vendetta corrono tutti e due come un lampo, tanto che prima che io avessi il tempo di tirar fuori la spada per separarli, l'accanito Tebaldo era ucciso; e poiché egli fu caduto, Romeo si volse e fuggì. Questa è la verità, e se non è, Benvolio possa morire qui!
MADONNA CAPULETI: Costui è un parente del Montecchi, l'affetto lo rende mendace, egli non dice il vero: almeno venti persone si sono azzuffate in questa funesta contesa, e tutte e venti insieme a stento riuscirono ad uccidere una vita. Io domando un atto di giustizia, che voi, principe, dovete compiere: Romeo ha ucciso Tebaldo, Romeo non deve avere il diritto di vivere.
PRINCIPE: Romeo ha ucciso lui, ma Tebaldo ha ucciso Mercuzio, chi, ora, dovrà pagare il suo prezioso sangue?
MONTECCHI: Non Romeo, principe: egli era amico di Mercuzio; la sua colpa non ha altra conseguenza che quella alla quale avrebbe dovuto giungere la legge, cioè la morte di Tebaldo.
PRINCIPE: E per questa offesa alla legge, noi lo mandiamo immediatamente in esilio da questa città; gli effetti di questo vostro odio hanno toccato anche me: per causa dei vostri aspri litigi oggi è corso il mio sangue; ma io vi farò fare ammenda con una multa così forte, che dovrete pentirvi tutti della perdita che io ho fatto. Io sarò sordo a ragioni e a scuse; né lacrime né preghiere varranno a riscattare la violazione della legge: quindi risparmiatevele. Romeo se ne vada in fretta di qua, altrimenti l'ora in cui verrà trovato qui, sarà l'ultima della sua vita. Si porti via di qua quel corpo e sia eseguita la volontà nostra: la pietà non fa che commettere un assassinio, quando perdona a chi uccide.
(Escono)
397
Claire,
28/05/11 22:41
SCENA SECONDA - Giardino dei Capuleti
(Entra GIULIETTA)
GIULIETTA: Tornate di galoppo, o voi corsieri dai piedi di fiamma, alla dimora di Febo: un cocchiere come Fetonte vi avrebbe già cacciati a colpi di frusta nell'occidente, e avrebbe immediatamente ricondotta la fosca notte. Stendi la tua fitta cortina, o notte, sacerdotessa d'amore; affinché gli occhi del fuggitivo giorno possan chiuder le palpebre, e Romeo balzi fra queste braccia, senza che alcuno si occupi di lui e lo veda. Gli amanti, per compiere i loro riti amorosi, ci vedono abbastanza al lume della loro beltà: se poi l'amore è cieco, tanto meglio si accorda con la notte. Vieni, o notte solenne, o matrona dal severo abbigliamento, tutta vestita di nero, e insegnami a perdere una partita vinta, nella quale si giocano due verginità senza macchia. Copri col tuo nero manto il mio sangue male addomesticato, che si dibatte nelle mie guance, finché il timido amore, fattosi ardito, veda nell'atto dell'amore sincero un gesto di semplice pudore.
Vieni, o notte, vieni, o Romeo, tu che sarai il giorno nella notte, poiché riposerai sulle ali della notte, più bianco che recente neve sul dorso di un corvo. Vieni, o gentile notte, vieni, o amabile notte dalla nera fronte, dammi il mio Romeo; e quando egli morrà, prendilo e taglialo in piccole stelle, ed egli renderà così bella la faccia del cielo che tutto il mondo s'innamorerà della notte, e non presterà più nessun culto all'abbagliante sole. Oh! io ho comprato un palazzo d'amore, ma non lo posseggo: ed io, sebbene venduta, ancora non sono goduta da colui che mi ha acquistata: questo giorno è così tediosamente lungo, come la notte che precede un giorno di festa, per un fanciullo impaziente il quale ha un vestito nuovo, e non vede l'ora di metterselo. Oh! ecco qua la mia nutrice.
(Entra la Nutrice con delle corde)
Essa mi porta notizie, e per me ogni lingua che pronunzi soltanto il nome di Romeo, parla con una eloquenza celeste. Ebbene, nutrice che nuove? Che cosa c'è lì? Le corde che Romeo ti disse di cercare?
NUTRICE: Sì, sì, le corde.
(Le butta in terra)
GIULIETTA: Ahimè! che notizie mi porti? perché ti torci le mani così?
NUTRICE: Ah! maledizione! egli è morto, è morto, è morto. Siamo perdute, signora, siamo perdute! Ah, maledetto giorno! egli se n'è andato è ucciso, è morto.
GIULIETTA: Il cielo può esser così malvagio?
NUTRICE: Romeo può esserlo se non lo può essere il cielo. O Romeo, Romeo! Chi l'avrebbe mai pensato! Romeo!...
GIULIETTA: Qual diavolo sei tu, che mi tormenti in questo modo? Una simile tortura dovrebbe ruggire nel buio dell'inferno. Forse Romeo s'è ucciso? Rispondi soltanto "sì", e questa semplice sillaba avrà un veleno più potente degli occhi del basilisco che scagliano dardi di morte. Io non esisto più, se esiste un tale "sì", o se si chiusero quegli occhi che ti fanno rispondere "sì". S'egli è ucciso, dimmi "sì", se no, dimmi "no": due parole così brevi decidono della mia gioia o del mio dolore.
NUTRICE: Io ho visto la ferita, l'ho vista con gli occhi miei (Dio l'abbia in gloria!) qui sul suo robusto petto: un cadavere che fa pietà, un miserando cadavere sanguinante; livido, livido come la cenere, tutto lordo di sangue, tutto grumi di sangue: a quella vista sono svenuta.
GIULIETTA: Oh, spezzati, cuore mio! misero fallito, spezzati all'istante! In prigione, occhi miei, voi non dovete più vedere la libertà! Vile terra, ritorna alla terra, cessa sull'istante di essere animata, e tu e Romeo gravate del vostro peso una sola bara.
NUTRICE: O Tebaldo, Tebaldo, il migliore amico che avevo! O gentile Tebaldo, onesto gentiluomo! Così io non fossi mai vissuta per vederti morto!
GIULIETTA: Che uragano è mai questo che imperversa con sì contrari venti ? Romeo è ucciso, e Tebaldo è morto? Il mio ben amato cugino, e il mio signore a me più caro ancora? Allora, o terribile tromba, suona il giudizio universale! poiché chi è ancora vivo, se loro due non sono più?
NUTRICE: Tebaldo è morto, e Romeo è bandito: Romeo, il quale lo uccise, è mandato in esilio.
GIULIETTA: O Dio! la mano di Romeo ha versato il sangue di Tebaldo?
NUTRICE: Sì, sì, oh maledetto giorno, essa lo ha versato!
GIULIETTA: O cuore di serpe nascosto sotto una faccia fiorente di bellezza! Un drago abitò mai una caverna così bella? O tiranno pieno di beltà! Demonio dalle forme di angelo! Corvo dalle piume di colomba!
Agnello dalla voracità di lupo! Spregevole sostanza di una apparenza divina! Opposto preciso di quello che tu sembri! Santo dannato!
Onorevole ribaldo! O natura, che cosa puoi tu fare nell'inferno, se hai dato ricetto allo spirito di un demonio nel paradiso mortale di un corpo così bello? Ci fu mai libro così ben rilegato, che contenesse materia tanto vile? E' egli possibile che la perfidia abiti un sì splendido palazzo?
NUTRICE: Non c'è più lealtà, più fede, più onestà negli uomini: sono tutti spergiuri, tutti menzogneri, tutti malvagi, tutti ipocriti. Ah, dov'è il mio servo? Datemi un po' di acquavite: questi dolori, queste pene, queste angosce mi fanno diventar vecchia. La vergogna cada su Romeo!
GIULIETTA: Ti si secchi la lingua per questo tuo voto! Egli non è nato per l'onta! L'onta si vergognerebbe di sedere sulla sua fronte; poiché essa è un trono, sul quale l'onore potrebbe essere incoronato monarca assoluto dell'universo. Ah! qual mostro sono io stata ad inveire contro di lui!
NUTRICE: Vi metterete a dir bene di colui che ha ucciso il vostro cugino?
GIULIETTA: Dovrò dir male di colui che è mio marito? Ah! mio povero signore, quale lingua accarezzerà il nome tuo, se io, che sono tua moglie da tre ore, ne ho fatto scempio? Ma perché, iniquo, uccidesti il cugino mio? Quell'iniquo cugino avrebbe voluto uccidere mio marito:
indietro, stolte lacrime, tornate alla vostra sorgente natìa; le vostre stille sono un tributo che appartiene al dolore, e voi per errore l'offrite alla gioia. Vive mio marito, che Tebaldo avrebbe voluto uccidere, ed è morto Tebaldo, che avrebbe voluto uccidere mio marito; tutto ciò è una notizia consolante, perché piangere dunque? Vi è stata una parola più funesta della morte di Tebaldo, che mi ha ucciso: io vorrei ben dimenticarla, ma ahimè, essa pesa sulla mia memoria, come un esecrando delitto pesa sulla coscienza del colpevole:
"Tebaldo è morto, e Romeo bandito"; quel "bandito", quell'unica parola "bandito", ha ucciso diecimila Tebaldi! La notizia della morte di Tebaldo era un dolore abbastanza grande se fosse finita lì: ma se l'amaro dolore si compiace della compagnia, e vuole ad ogni costo trovarsi insieme con altri dolori, perché quando ella ha detto:
"Tebaldo è morto", non ha aggiunto anche "è morto tuo padre" o "è morta tua madre" ovvero "sono morti tutti e due"? Questo, almeno, mi avrebbe fatto piangere come tutti gli altri: ma quella retroguardia che ha seguito la morte di Tebaldo, quel "Romeo è bandito", oh! il pronunziare quella parola equivale a dire: padre, madre, Tebaldo, Romeo, Giulietta, sono tutti uccisi, tutti morti! "Romeo è bandito"!
Oh! non c'è fine, non c'è limite, non c'è misura, non c'è confine nella potenza mortale di questa parola! non vi sono parole che possano esprimere un dolore come questo. Nutrice, dove sono mio padre e mia madre?
NUTRICE: A piangere e disperarsi sul cadavere di Tebaldo. Volete andare da loro? Vi condurrò là.
GIULIETTA: Lavino pure con le lacrime le sue ferite: quando gli occhi loro si saranno disseccati, verserò io le mie per l'esilio di Romeo.
Raccogli quelle corde. Povere corde, anche voi siete state ingannate come me, poiché Romeo è esiliato: egli aveva fatto di voi una via maestra per giungere al mio letto; ma io, fanciulla, muoio fanciulla e vedova. Venite corde, vieni, nutrice, io vado al mio letto nuziale; e la morte, non Romeo, s'abbia la mia verginità!
NUTRICE: Andate in camera vostra: io anderò in cerca di Romeo perché venga a confortarvi; io so bene dov'egli è. Ascoltatemi, il vostro Romeo stanotte sarà qui: vado da lui; egli è nascosto nella cella di frate Lorenzo.
GIULIETTA: Oh, trovalo! da' questo anello al mio fedele cavaliere, e digli che venga a prendere il suo ultimo
addio.
(Escono)
398
Claire,
28/05/11 22:41
SCENA TERZA - La cella di Frate Lorenzo
(Entra Frate LORENZO)
FRATE LORENZO: Romeo, vieni fuori, esci uomo pavido: il dolore s'è innamorato delle tue qualità, e tu hai sposato la sventura.
(Entra ROMEO)
ROMEO: Padre, quali notizie? Qual è la sentenza del principe? Qual dolore, che io non conosca ancora, chiede di stringermi la mano per fare la mia conoscenza?
FRATE LORENZO: Il mio caro figliuolo è anche troppo famigliare con triste compagnia di questo genere; io ti porto notizie del giudizio del principe.
ROMEO: Quanto è meno grave del giudizio universale il giudizio del principe?
FRATE LORENZO: Una più mite sentenza è uscita dalle sue labbra: non la morte del corpo, ma l'esilio del corpo.
ROMEO: Ah! l'esilio? abbi pietà, di' piuttosto la morte, poiché c'è più terrore nello sguardo dell'esilio, molto più terrore, che nella morte: non dire "esilio".
FRATE LORENZO: Tu sei esiliato di qui, da Verona; pazienza, il mondo è grande e vasto.
ROMEO: Non esiste mondo fuori delle mura di Verona: non c'è che purgatorio, supplizio, l'inferno stesso. Essere esiliato di qui, vuol dire essere esiliato dal mondo, e l'esilio dal mondo è la morte:
l'esilio è dunque una morte sotto falso nome. Chiamando la morte "esilio" tu mi tagli la testa con una scure d'oro, e sorridi al colpo che mi assassina!
FRATE LORENZO: O peccato mortale! O grossolana ingratitudine! Per la tua colpa la nostra legge reclama la morte; ma il buon principe, prendendo le tue parti, ha gettato in un canto la legge, ed ha cambiato la sinistra parola "morte" in "esilio": questa è vera clemenza, e tu non lo vedi!
ROMEO: E' tortura, e non clemenza: il cielo è qui dove vive Giulietta; ed ogni gatto, ogni cane, il più piccolo topo, l'essere più insignificante, vive qui nel cielo e può contemplare Giulietta, ma Romeo non può. C'è più riguardo, più dignità, più cortesia per le mosche che volano intorno a una carogna, che per Romeo: esse possono posarsi sopra quella meraviglia di candidezza che è la mano della cara Giulietta, possono rubare una gioia immortale alle sue labbra, che si fanno anche più rosse, nel loro pudore puro e verginale, quasi credessero che quei loro baci sono un peccato; ma Romeo non può, egli è esiliato: tali gioie possono sottrarre a lei le mosche, mentre io debbo sottrarmi a tali gioie. Esse son libere, ma io sono esiliato: e tu seguiti a dirmi che l'esilio non è la morte? Non avevi tu, per uccidermi, una bevanda avvelenata, un coltello affilato, un altro mezzo qualunque di morte pronta, per ignominioso che sia? Non avevi altro che questa parola: "esiliato"? "Esiliato"? Questa parola, o padre, la pronunziano i dannati nell'inferno, e un urlo di dolore l'accompagna. Come hai tu dunque il coraggio, tu che sei un sacerdote, un confessore d'anime, uno che assolve i peccati, tu che ti professi mio amico, di straziarmi con codesta parola "esiliato"?
FRATE LORENZO: O uomo pazzo dalla passione, ascolta, lasciami dire una sola parola.
ROMEO: Oh, ma tu parlerai ancora di esilio.
FRATE LORENZO: Ti darò un'armatura che ti protegga da questa parola; ti darò il dolce latte della sventura, la filosofia, che ti consolerà, sebbene tu sia esiliato.
ROMEO: Ancora "esiliato"? Alla forca la filosofia! Se non può farmi una Giulietta, se non può cambiare di posto una città, annullare la sentenza di un principe, la filosofia non giova a nulla, non può nulla; non me ne parlare.
FRATE LORENZO: Oh, veggo bene che i pazzi non hanno orecchie!
ROMEO: Come potrebbero averle, se i saggi non hanno occhi?
FRATE LORENZO: Lasciami discutere con te della tua situazione.
ROMEO: Tu non puoi parlare di ciò che non senti: se tu fossi giovane come me, e Giulietta fosse l'amor tuo; se tu fossi sposato soltanto da un'ora, e avessi ucciso Tebaldo, se tu fossi pazzo di amore come sono io, e come me esiliato, allora potresti parlare, allora potresti strapparti i capelli, e gettarti per terra, come fo io ora, per prendere la misura di una fossa non ancora scavata.
(Battono alla porta)
FRATE LORENZO: Alzati, picchiano alla porta; mio buon Romeo, nasconditi.
ROMEO: Io no, a meno che l'alito dei miei angosciosi sospiri mi avvolga come una nube, e mi sottragga all'indagine degli occhi.
(Battono ancora)
FRATE LORENZO: Senti, come picchiano! Chi è? Romeo, alzati, sarai arrestato. Aspettate un momento! Alzati: corri nel mio studio.
(Battono ancora) Adesso! Sia fatta la volontà di Dio, che maniera è questa? Vengo, vengo! (Battono) Chi è che batte in questo modo? Da parte di chi venite? Che cosa volete?
NUTRICE (di dentro): Fatemi entrare, e saprete la mia imbasciata; vengo da parte della signora Giulietta.
FRATE LORENZO: Siate la benvenuta, allora.
NUTRICE: Oh, santo frate, oh, ditemi, santo frate, dov'è lo sposo della mia signora dov'è Romeo?
FRATE LORENZO: E' là per terra ubriaco delle sue lacrime.
NUTRICE: Oh! nello stato identico della mia padrona, proprio nello stato di lei!
FRATE LORENZO: Oh, quale simpatia di dolore! quale pietosa situazione!
NUTRICE: Proprio così essa giace per terra: singhiozzando e piangendo, piangendo e singhiozzando. Alzatevi, alzatevi; alzatevi, se siete un uomo, per amore di Giulietta per amor suo, alzatevi e state in piedi; perché abbandonarsi a così profondi omei?
ROMEO: Nutrice!
NUTRICE: Ah signore! Ah signore! Via, la morte soltanto è la fine di tutto.
ROMEO: Parlavi di Giulietta? Come ha preso la cosa? Non mi crede un provetto assassino, ora che ho macchiato l'infanzia della nostra gioia con un sangue che è quasi il suo? Dov'è? Come sta? e che cosa dice, la mia furtiva sposa, del nostro amore spezzato?
NUTRICE: Oh, essa non dice nulla, signore, non fa che piangere e piangere; ora si lascia cadere sul suo letto, ora balza in piedi ad un tratto, e si mette a chiamare Tebaldo; poi grida il nome di Romeo, e ricade giù un'altra volta.
ROMEO: Quasi che quel nome, scaricatole addosso dalla canna letale di un cannone, l'assassinasse, come la mano maledetta di colui che porta quel nome ha assassinato suo cugino. Oh! ditemi, padre, ditemi: in qual vile parte di questa carcassa alberga il nome mio? ditemelo, ch'io possa mettere a sacco la sua odiosa abitazione.
(Sguainando la spada)
FRATE LORENZO: Ferma la tua mano disperata! Sei tu un uomo? La tua sembianza grida di sì: ma le tue lacrime sono proprio di una femminuccia; i tuoi atti violenti dimostrano l'insensato furore di una belva. O donna indegnamente nascosta sotto la figura apparente di un uomo! o, meglio, belva deforme sotto l'aspetto di entrambi! Tu mi hai fatto stupire: pel sacro ordine al quale appartengo, io ti credevo di un carattere meglio temprato. Hai ucciso Tebaldo? ed ora vuoi uccidere te stesso? vuoi uccidere la donna tua, che vive della tua vita, commettendo un atto di odio maledetto contro te stesso? Perché maledici la tua nascita, il cielo e la terra? Nascita, cielo e terra, tutti e tre in un solo istante si sono incontrati in te, e tu in un solo istante vuoi perderli? Via, via! tu rechi oltraggio alla tua bella persona, al tuo amore, al tuo senno; di questi doni onde sei tanto ricco, tu, simile all'usuraio, in verità non fai di nessuno quel legittimo uso che dovrebbe ornare anche di più la tua persona, il tuo amore, il tuo senno. La tua bella persona non è che un'immagine di cera, poiché ha fatto divorzio da ciò che è l'essenza umana: il tenero amore che giurasti, altro non è che un perfido spergiuro, poiché uccide la donna che tu hai fatto voto di amare teneramente; il tuo senno, quest'ornamento della bellezza e dell'amore, guastato da loro due, ha preso fuoco per la tua inesperienza, come la polvere dentro la fiasca di un inesperto soldato, e tu squarci le tue membra con l'arma stessa che è la tua propria difesa. Andiamo, alzati, giovinotto! La tua Giulietta vive, la tua cara Giulietta, per amor della quale pur ora morivi: per questa parte dunque tu sei felice. Tebaldo voleva uccidere te, tu, invece, hai ucciso Tebaldo: anche in questo tu sei felice. La legge che ti minacciava di morte, ti si fa amica, e cambia la morte in esilio: tu sei felice anche in ciò. Un sacco di benedizioni, dunque, ti casca addosso dal cielo; la fortuna ti fa la corte, vestita dei suoi abiti più belli; e tu, come una ragazzaccia sgarbata e dispettosa, fai il broncio alla tua fortuna e al tuo amore.
Bada, sta' attento, perché la gente fatta così finisce male. Andiamo, va' dalla tua amata, come era stato fissato, sali nella sua camera, e procura di consolarla. Ma bada di non trattenerti fino al momento in cui monta la guardia, poiché allora non potresti più uscire di lì per andare a Mantova, dove tu rimarrai, finché troveremo il momento opportuno per rivelare il vostro matrimonio, per riconciliare i vostri amici, per implorare dal principe il perdono, e poterti far ritornare dall'esilio con una gioia a mille doppi più grande del pianto in mezzo al quale sarai partito. Tu va' innanzi, nutrice: riveriscimi la tua signora, e dille di mandar tutti quelli di casa a letto presto, cosa alla quale saranno disposti per il dolore che li opprime; Romeo viene.
NUTRICE: O signore mio, sarei rimasta qui tutta la notte ad ascoltare questi buoni consigli: oh, che gran cosa è l'istruzione! Signor mio, dirò alla mia padrona che voi venite.
ROMEO: Diglielo, e avverti la mia diletta che si prepari a farmi una gridata.
NUTRICE: A voi, signore; questo è un anello che essa mi ordinò di dare a voi, signore: sbrigatevi, fate presto, perché si sta facendo molto tardi.
(Esce)
ROMEO: Oh, come la speranza si ravviva in me per questo dono.
FRATE LORENZO: Va', buona notte; e ricordati che tutto il vostro destino sta qui: o tu vai via prima che sia montata la guardia, o allo spuntar del giorno fuggi di qui travestito: fermati a Mantova, io farò ricerca del tuo servitore, ed egli ti riferirà di tanto in tanto tutto ciò che di bene per te accade qui. Dammi la mano, è tardi; addio, buona notte.
ROMEO: Se una gioia superiore ad ogni altra non mi chiamasse, per me sarebbe un dolore separarmi da voi così in fretta. Addio.
(Escono)
399
Claire,
28/05/11 22:42
SCENA QUARTA - Una stanza in casa Capuleti
(Entrano il CAPULETI, MADONNA CAPULETI e PARIDE)
CAPULETI: Che volete, signore, le cose han preso una così brutta piega che noi non abbiamo avuto il tempo di interrogare nostra figlia.
Vedete, essa amava teneramente il suo cugino Tebaldo, ed io lo stesso.
Ebbene, siamo nati per morire. E' molto tardi, stasera essa non scenderà più: vi garantisco, che se non fosse per la vostra compagnia, io sarei stato a letto da un'ora.
PARIDE: Questi momenti di dolore non lascian tempo di parlare di nozze. Signora, buona notte: ricordatemi alla vostra figliuola.
MADONNA CAPULETI: Lo farò, e domattina per tempo saprò il suo pensiero; questa sera essa si è chiusa nel suo dolore.
CAPULETI: Ser Paride, io vi faccio risolutamente offerta formale dell'amore di mia figlia: credo che essa si lascerà regolare da me in tutto e per tutto, anzi, non ne dubito. Moglie mia, voi prima di andare a letto recatevi da lei; fatele noto l'amore di mio figlio Paride, ed avvertitela; statemi bene attenta che mercoledì prossimo...
ma adagio, che giorno è oggi?
PARIDE: Lunedì, signore mio.
CAPULETI: Lunedì? eh, eh! allora mercoledì è troppo presto: sarà per giovedì, ditele che giovedì ella sarà maritata a questo nobile conte... Voi sarete pronto? Vi fa piacere questa sollecitudine? Non faremo gran festa: un amico o due, perché, vedete, essendo così poco tempo che Tebaldo è stato ucciso, si potrebbe pensare che c'importasse poco di lui, benché nostro cugino, se si facessero delle feste molto rumorose: perciò una mezza dozzina di amici e basta. Ma che cosa dite di giovedì?
PARIDE: Signor mio, vorrei che giovedì fosse domani.
CAPULETI: Sta bene, andate pure: allora siamo intesi per giovedì.
Moglie mia, prima di andare a letto recatevi da Giulietta, e preparatela al giorno delle nozze che abbiamo fissato per lei. Addio, signore. Fate lume alla camera mia! ehi! In fede mia è così tardi, che fra poco si potrebbe dire che è presto. Buona notte.
(Escono)
400
Claire,
28/05/11 22:43
SCENA QUINTA - Il giardino dei Capuleti
(Entrano ROMEO e GIULIETTA in alto, alla finestra di
camera)
GIULIETTA: Vuoi già partire? Il giorno non è ancora vicino: era l'usignolo, e non l'allodola, quello che ti ha ferito col suo canto l'orecchio trepidante; esso canta tutte le notti su quel melograno laggiù: credi, amor mio, era l'usignolo.
ROMEO: Era l'allodola, messaggera del mattino, non l'usignolo: guarda, amore, come quelle strisce di luce invidiose della nostra gioia, cingono di una frangia luminosa le nubi che si disperdono laggiù nell'oriente; i lumi della notte si sono spenti a poco a poco, e il dì giocondo si affaccia in punta di piedi sulle nebbiose cime delle montagne: io debbo partire e vivere, o restare e morire.
GIULIETTA: Quella luce laggiù non è la luce del giorno, io lo so bene:
è qualche meteora che il sole emana, affinché stanotte essa ti sia come una face, e rischiari la via a te in cammino per Mantova; perciò rimani ancora; non è vero che tu devi partire ad ogni costo.
ROMEO: Mi prendano pure, mi mettano a morte: io sono contento, se tu vuoi così. Dirò che quel barlume laggiù non è l'occhio del mattino, ma il pallido riflesso della fronte di Cinzia; dirò che non è l'allodola quella che ferisce coi suoi accenti la volta del cielo, su in alto sopra le nostre teste: io ho più desiderio di rimanere che volontà di partire: vieni, o morte, e sii la benvenuta! Giulietta vuol così. Va bene, anima mia? discorriamo, non è ancor giorno.
GIULIETTA: E' giorno, è giorno: parti, fuggi di qua, presto! è l'allodola quella che canta in sì discordi accenti, sforzando la sua voce a striduli suoni e sgradevoli acuti. Dicono che l'allodola canta come da una dolce partitura: questa no, poiché partisce noi due; dicono che l'allodola e l'aborrito rospo hanno fatto scambio degli occhi: oh, in questo momento io vorrei che si fossero scambiata anche la voce! poiché quella voce ci strappa con terrore l'una dalle braccia dell'altro e scaccia di qui te sonando la sveglia al giorno. Ah, parti, ora: la luce si fa sempre più chiara.
ROMEO: Più chiara, sempre più chiara; e di più in più cupi i nostri dolori!
(Entra in camera la Nutrice)
NUTRICE: Signora!
GIULIETTA: Nutrice?
NUTRICE: Vostra madre viene in camera vostra: il giorno è spuntato; siate prudente, fate attenzione.
(Esce)
GIULIETTA: Su via, finestra, lascia entrare il giorno ed uscire la mia vita.
ROMEO: Addio, addio, un bacio e scendo.
(Romeo scende)
GIULIETTA: Sei dunque partito così? amor mio, mio signore, ah, mio marito, amico mio! Tu mi devi mandare tue notizie ogni giorno che c'è in un'ora poiché in un solo minuto vi sono più giorni: oh! contando le ore così, sarò già vecchia prima di rivedere il mio Romeo!
ROMEO: Addio! Io non mi lascerò sfuggire nessuna occasione, amor mio, che possa portarti i miei saluti.
GIULIETTA: Oh! dimmi, pensi tu che noi ci rivedremo mai
più?
ROMEO: Non ne dubito; e tutte queste angosce, un giorno, saranno per noi due argomento di dolci discorsi.
GIULIETTA: O Dio! Io ho nell'anima una triste visione. Mi par di vederti, ora che sei costaggiù, come se tu fossi un morto in fondo ad una tomba; o la vista m'inganna, o tu sembri pallido.
ROMEO: E credimi, amor mio, anche tu, agli occhi miei, sembri così:
l'angoscia sitibonda beve il nostro sangue. Addio! Addio!
(Esce)
GIULIETTA: O fortuna, fortuna! tutti gli uomini ti chiamano incostante; se tu sei incostante, che ti importa di lui, famoso per la sua fedeltà? Sii incostante, o fortuna; poiché allora io spero che tu non lo terrai lontano per lungo tempo, ma lo rimanderai presto.
MADONNA CAPULETI (di dentro): Figlia mia! sei alzata?
GIULIETTA: Chi è che chiama? è mia madre? Ancora non è andata a letto, sebbene sia così tardi, oppure si è alzata così presto? Quale insolita ragione la conduce qui?
(Entra MADONNA CAPULETI)
MADONNA CAPULETI: Ebbene, come va ora, Giulietta?
GIULIETTA: Signora, non sto bene.
MADONNA CAPULETI: Ancora piangi per la morte di tuo cugino? Che cosa credi, di portarlo via dalla sua tomba col fiotto delle tue lacrime? E se anche tu potessi portarlo via, non potresti mica farlo rivivere; dunque smetti: un dolore moderato è segno di molto affetto, ma un dolore esagerato è sempre indizio di poco senno.
GIULIETTA: Lasciate, tuttavia, che io pianga una perdita così sensibile.
MADONNA CAPULETI: Facendo così sentirai la perdita, ma non già l'amico per il quale tu piangi.
GIULIETTA: Sentendo così amaramente la sua perdita, io non posso fare altro che pianger sempre l'amico.
MADONNA CAPULETI: Ebbene, fanciulla mia, tu non piangi tanto per la morte di lui, quanto perché sai che è vivo il ribaldo che lo ha ucciso.
GIULIETTA: Quale ribaldo, signora?
MADONNA CAPULETI: Proprio quel ribaldo che si chiama Romeo.
GIULIETTA (a parte): La ribalderia e lui sono separati da molte miglia di distanza. Dio gli perdoni! Io gli perdono con tutto il cuore; e pure non c'è uomo che mi strazi il cuore al pari di lui.
MADONNA CAPULETI: Questo è perché il traditore assassino vive ancora.
GIULIETTA: E' vero, signora: perché egli vive lungi dalla portata di queste mie mani. Oh! potessi io sola vendicare, a modo mio, la morte del mio cugino!
MADONNA CAPULETI: Ne avremo vendetta, non aver paura: perciò non piangere più. Manderò da una persona in Mantova, dove si trova quel bandito vagabondo, la quale gli somministrerà una bevanda così straordinaria, ch'egli anderà presto a tenere compagnia a Tebaldo: e allora, spero, tu sarai soddisfatta.
GIULIETTA: In verità, io non sarò mai soddisfatta, finché non vedrò Romeo... morto... il mio povero cuore sarà torturato così per un parente! Signora, sol che voi poteste trovare un uomo che procurasse un veleno, penserei io a prepararlo in modo che Romeo, appena l'avesse tirato giù, si addormenterebbe subito in pace. Oh! come il mio cuore aborre dal sentirlo nominare, e quanto mi duole di non potere andare a trovarlo per sfogare l'amore che portavo a mio cugino sul corpo di colui che lo ha ucciso!
MADONNA CAPULETI: Tu trova i mezzi, ed io troverò l'uomo che ci vuole.
Ma ora, fanciulla, debbo darti delle notizie piene di
gioia.
GIULIETTA: La gioia viene a proposito in un momento in cui ce n'è tanto bisogno. Vi prego, signora, quali sono queste notizie?
MADONNA CAPULETI: Ecco, ecco, tu hai un padre amoroso, fanciulla; un padre che per levarti dalla tua tristezza, ti ha destinato improvvisamente un giorno di gioia, che tu non ti aspetti, e che io stessa non prevedevo.
GIULIETTA: Ma in buon'ora, madonna, che cos'è questo
giorno?
MADONNA CAPULETI: Ecco, fanciulla mia, giovedì prossimo, di buon mattino, il prode, giovine, e nobile gentiluomo, il conte Paride, avrà la fortuna di far di te una lieta sposa nella chiesa di San Pietro.
GIULIETTA: Ah no! per la chiesa di San Pietro, e per San Pietro stesso, egli non farà di me la sua lieta sposa in quel luogo. Io mi meraviglio di questa fretta, mi meraviglio ch'io debba andare a nozze, prima che l'uomo il quale dovrebbe essere mio marito sia mai venuto a farmi la sua corte. Ve ne prego, signora, dite al mio signore e padre che io ancora non ho intenzione dl prender marito, e che quando l'avrò, questi, lo giuro, sarà Romeo, che voi sapete che io odio, piuttosto che Paride. Queste sono belle notizie davvero!
MADONNA CAPULETI: Ecco qui vostro padre; diteglielo da voi stessa, e vedete un po' come egli la prende.
(Entrano il CAPULETI e la Nutrice)
CAPULETI: Quando il sole tramonta, la terra stilla rugiada; ma pel tramonto del figlio di mio cognato piove a dirotto. Ebbene! sei divenuta una grondaia, fanciulla mia? Come, ancora in lacrime? Ancora ti sciogli in pianto? Nella tua piccola persona tu raffiguri, ad un tempo, una barca, il mare, e il vento: infatti negli occhi tuoi, che io chiamerei il mare, c'è un incessante flusso e riflusso di lacrime, il tuo corpo è la barca, che veleggia in mezzo a quell'onda salata, e i tuoi sospiri sono i venti. E i sospiri infuriando contro le lacrime, e queste contro quelli, se non sopraggiunge una improvvisa bonaccia, travolgeranno il tuo corpo sbattuto dalla tempesta. Ebbene moglie mia, le avete annunziato la nostra decisione?
MADONNA CAPULETI: Sì, signore, ma essa non ne vuol sapere, e vi ringrazia. Ben le starebbe, alla stolta, di sposarsi la sua tomba!
CAPULETI: Adagio! lasciatemi il tempo di capire! lasciatemi il tempo di capire, moglie mia. Come! non ne vuol sapere? e non ci ringrazia, invece? Non è orgogliosa? non si reputa felice, indegna com'è, che noi siamo riusciti a darle in isposo un gentiluomo così degno?
GIULIETTA: Non ne sono orgogliosa, ma ve ne sono grata: non potrei essere mai orgogliosa di ciò che è per me una cosa aborrita; ma posso essere riconoscente anche di una cosa aborrita, che mi è fatta per amore.
CAPULETI: Come? come? spigolistra! Che cosa è questo "sono orgogliosa", questo "vi ringrazio" e "non vi ringrazio"; e poi ancora:
"non sono orgogliosa"? Voi, bellina mia, risparmiatevi pure i vostri ringraziamenti e serbate per voi i vostri orgogli; pensate, piuttosto a tener pronte per giovedì prossimo le vostre belle gambine, per andare insieme con Paride alla chiesa di San Pietro, altrimenti ti ci trascino io sopra un graticcio. Vattene, clorotica carogna! Via di casa, bagascia, faccia di sego!
MADONNA CAPULETI: Via, via! ma che siete pazzo?
GIULIETTA: Padre mio, ve ne supplico in ginocchio, abbiate la pazienza di ascoltare una sola parola.
CAPULETI: Impiccati, sgualdrinella! sciagurata ribelle! Bada bene a quello che ti dico: o giovedì tu vai in chiesa, o non guardarmi mai più in faccia; non parlare, non replicare, non rispondere, mi prudono le mani! Moglie mia, noi non ci credevamo abbastanza felici, perché Dio ci aveva mandato soltanto questa figlia; ma ora veggo che anche quest'una è troppo, e che l'averla fu per noi una maledizione. Al diavolo, sbrindellona!
NUTRICE: Dio che è in cielo la benedica! Voi avete torto, signore mio, a trattarla così.
CAPULETI: Eccola, la signora dottoressa! tenete a casa la vostra lingua, monna Prudenza: ciarlate con le vostre comari, andate.
NUTRICE: Non è un delitto, quello ch'io dico.
CAPULETI: Oh, Dio vi danni!
NUTRICE: Non si può parlare?
CAPULETI: Zitta, vi dico, borbottona, imbecille! Andate a sciorinare le vostre sentenze fra una tana e l'altra, con le vostre comari, poiché qui non ne abbiamo bisogno.
MADONNA CAPULETI: Voi vi scaldate troppo.
CAPULETI: Per l'ostia santa! io ci divento matto: di giorno, di notte, ad ogni ora, ad ogni minuto, ad ogni istante, durante le mie occupazioni, in mezzo ai divertimenti, solo o in compagnia, il mio pensiero è stato sempre quello di vederla maritata: ed ora che le ho trovato un gentiluomo, di nobile famiglia, che ha un bel patrimonio, è giovane, nobilmente educato, che è zeppo, come si dice, di eccellenti qualità, compìto quanto si potrebbe desiderare che fosse un uomo, ha da venire una sciagurata scioccherella che frigna sempre, una bambola piagnucolosa, che quando le si offre la sua fortuna, vi risponde: "non voglio maritarmi!; io non posso amare, sono troppo giovane; vi prego di perdonarmi". Ma se voi non volete maritarvi, lo vedrete come io vi perdono: andate a mangiar l'erba dove vi piacerà, voi non starete più in casa con me: badate, pensateci bene, io non sono uso a scherzare.
Giovedì è vicino; mettetevi una mano sul cuore e riflettete. Se fate a modo mio, io vi darò al mio amico; se no, impiccati, va' a chiedere l'elemosina, crepa di fame, muori in mezzo alla strada, poiché, per l'anima mia, io non ti riconoscerò più per figlia, e nulla di quanto è roba mia apparterrà mai a te. Credi a quel che ti dico, e rifletti; io manterrò la mia parola.
(Esce)
GIULIETTA: Oh! non c'è un Dio pietoso, lassù in mezzo alle nubi, il quale vegga in fondo al mio dolore? O buona madre mia, non mi abbandonate! Ritardate questo matrimonio di un solo mese, di una sola settimana; o se no, preparatemi il letto nuziale in quella buia tomba dove giace Tebaldo.
MADONNA CAPULETI: Non mi parlare, perché non ti risponderò una sola parola: fa' quello che ti pare, di te non ne voglio più sapere.
(Esce)
GIULIETTA: O Dio! Nutrice mia, come si potrà impedire ciò? Il mio sposo è quaggiù in terra, la fede che io gli ho giurato è su in cielo; come potrà quella fede ritornare in terra, a meno che il mio sposo non me la rimandi giù dal cielo abbandonando la terra? Fammi coraggio, consigliami! Ahimè, ahimè! è possibile che il cielo tenda di questi inganni a una povera creatura debole come me? Che cosa dici? Non hai una parola che mi consoli? Un po' di conforto, nutrice.
NUTRICE: In fede mia, eccovela: Romeo è esiliato, ed io ci scommetto il mondo intero contro nulla, ch'egli non oserà mai tornare qui a reclamarvi; o se lo farà, bisogna che lo faccia di nascosto. Allora, poiché le cose purtroppo stanno così, io credo che il miglior partito sia quello che voi sposiate il conte. Oh! egli è un amabile gentiluomo! Romeo, in confronto a lui, è uno strofinaccio! un'aquila, signora mia, non ha l'occhio così verde, così vivo, così bello come quello di Paride. Maledetta l'anima mia, se io non credo che per voi questo secondo partito sia una fortuna, poiché è molto migliore del primo: d'altronde se anche non fosse, il vostro primo marito è morto, o tanto varrebbe che fosse morto, poiché anche vivo in questo mondo, non vi serve a nulla.
GIULIETTA: Parli col cuore?
NUTRICE: Col cuore e con l'anima; e se non è vero, siano maledetti tutti e due!
GIULIETTA: Amen!
NUTRICE: Come?
GIULIETTA: Ebbene, tu mi hai consolata a meraviglia. Va', e di' alla signora che io, avendo recato dispiacere a mio padre, sono andata alla cella di frate Lorenzo a confessarmi e a prendere l'assoluzione.
NUTRICE: Per la Madonna, vado subito; questa è una cosa fatta con giudizio.
(Esce)
GIULIETTA: Vecchia dannata! Iniquissimo demonio! Io non so se ella commetta un peccato più grande col voler fare di me in questo modo, una spergiura, o calunniando così lo sposo mio, con quella medesima lingua, con la quale tante migliaia di volte lo ha esaltato, mettendolo al di sopra di ogni confronto. Vattene pure, consigliera!
tu ed il mio cuore da questo momento siete due cose che non hanno più niente di comune. Andrò a trovare il frate per sentire qual è il rimedio che egli ha per me; se ogni altro venga a mancare ne ho uno in mio potere: morire.
(Esce)
401
Claire,
28/05/11 22:44
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA - La cella di Frate Lorenzo
(Entrano Frate LORENZO e PARIDE)
FRATE LORENZO: Giovedì, signore? il tempo è assai breve.
PARIDE: Mio padre Capuleti vuole che sia così; ed io non ho nessuna ragione d'esser pigro, e di rallentare la sua fretta.
FRATE LORENZO: Voi dite che non conoscete i sentimenti della fanciulla a vostro riguardo: questo modo di procedere non è regolare; non mi piace.
PARIDE: Ella piange senza moderazione per la morte di Tebaldo, e però io le ho potuto parlare ben poco d'amore, poiché Venere non sorride in una casa di lacrime Ora, signore, suo padre stima pericoloso ch'essa si lasci dominare così dal dolore; e nella sua saggezza affretta il nostro matrimonio per mettere un argine alla piena delle sue lacrime.
Stando così sola sola, ella dà troppo mente ad un dolore che potrebbe essere allontanato da lei con la compagnia. Ed ora voi conoscete la ragione di questa fretta.
FRATE LORENZO (a parte): Così io non conoscessi la ragione per cui essa dovrebbe essere rallentata! - Guardate, signore, ecco la fanciulla, che viene verso la mia cella.
(Entra GIULIETTA)
PARIDE: Felice incontro, questo, mia signora e mia sposa!
GIULIETTA: Ciò potrà essere, signore, quando io potrò essere sposa.
PARIDE: E questo potrà essere, anzi deve essere, giovedì prossimo, amor mio GIULIETTA: Ciò che deve essere sarà.
FRATE LORENZO: Questa è una massima sicura.
PARIDE: Venite dal padre per confessarvi?
GIULIETTA: Per rispondere a ciò, dovrei confessarmi con
voi.
PARIDE: Non gli negate che voi mi amate.
GIULIETTA: Confesserò, invece, a voi che io amo lui.
PARIDE: E confesserete anche, ne sono sicuro, che voi mi amate.
GIULIETTA: Se veramente io vi amo, la mia confessione avrà più valore s'io lo dico dietro le spalle vostre, che in faccia a voi.
PARIDE: Povera anima, il tuo viso è molto sciupato dalle lacrime.
GIULIETTA: Le lacrime hanno riportato, con ciò, una ben piccola vittoria: poich'esso era già discretamente brutto, prima d'essere offeso dalla loro rabbia.
PARIDE: Tu lo offendi anche più delle lacrime con cotesta affermazione.
GIULIETTA: Non è calunnia, signore, la verità: e ciò che ho detto, l'ho detto al mio viso.
PARIDE: Il tuo viso appartiene a me, e tu lo hai
calunniato.
GIULIETTA: Potrebbe anch'essere, poiché non appartiene a me. Siete comodo ora, padre santo, o debbo ritornare da voi stasera dopo la funzione?
FRATE LORENZO: Io son comodo ora, mia pensosa figliuola. Signore, abbiamo bisogno di restar soli un momento.
PARIDE: Dio mi guardi dal recare disturbo in un momento di devozione!
Giulietta, giovedì di buon mattino verrò a svegliarvi, addio fino allora e tenete questo bacio rispettoso.
(Esce)
GIULIETTA: Oh! chiudi la porta, e quando l'hai chiusa, vieni a piangere con me: non c'è speranza, non c'è rimedio, non c'è soccorso!
FRATE LORENZO: Ah! Giulietta, conosco già il tuo dolore; esso mi strazia in modo superiore alle forze del mio spirito; sento che giovedì prossimo, e nulla può prorogarlo, tu dovrai essere maritata a questo conte.
GIULIETTA: Non me lo dire padre, che tu hai sentito questo, se non sai dirmi anche come io posso impedirlo: se nella tua saggezza non puoi darmi nessun soccorso, di' almeno che la mia risoluzione è saggia, ed io con questo coltello vi metterò rimedio all'istante. Dio ha unito il mio cuore e quello di Romeo, tu le nostre mani; e prima che questa mano, che per opera tua ha suggellato la mia unione con Romeo, sia il suggello di un altro atto, o il mio cuore leale con una perfida ribellione si volga ad un altro, questo coltello trafiggerà mano e cuore; perciò con la lunga esperienza della tua vita dammi un pronto consiglio; se no, guarda, fra la mia disperazione e me sarà arbitro questo coltello di sangue, decidendo di ciò che l'autorità dei tuoi anni e della tua scienza non seppero condurre ad una fine veramente onorevole. Non indugiare così a parlare; a me tarda il morire, se ciò che tu dici non è una parola di rimedio.
FRATE LORENZO: Calmati, figlia mia; io veggo una sorta di speranza, ma essa richiede una esecuzione disperata, come è disperata l'azione che noi vorremmo impedire. Se proprio, piuttosto che sposare il conte Paride, tu hai la forza di volontà di ucciderti, allora è probabile che tu, che sfidi la morte stessa per sottrarti a quell'onta, voglia, pur di respingerla lontana da te, avventurarti ad una prova che ha somiglianza con la morte. Se tu hai il coraggio, io ti darò il rimedio.
GIULIETTA: Oh! piuttosto che sposare il conte Paride dimmi di spiccare un salto dai merli di quella torre laggiù, o ch'io passeggi per vie battute dai ladri; dimmi ch'io mi appiatti dove han nido le serpi; incatenami insieme con orsi che ruggiscano, o chiudimi di notte in un ossario pieno zeppo di scricchiolanti ossa di morti, di putridi stinchi e di gialli crani scarniti; dimmi di entrare in una fossa recente e di nascondermi insieme col morto nel suo stesso lenzuolo; cose, tutte queste, che mi hanno sempre fatto rabbrividire soltanto a sentirle raccontare; ed io le farò tutte senza paura, senza esitazione, pur di rimanere la sposa incontaminata del dolce amor mio.
FRATE LORENZO: Senti, dunque: torna a casa, mostrati allegra, e acconsenti a sposare Paride: domani è mercoledì; domani notte cerca di dormir sola, e non lasciare che la nutrice venga a dormire con te nella tua camera; quando sei in letto, prendi questa ampolla, e bevi questo liquore preparato: subito ti correrà per tutte le vene un fluido freddo che addormenterà in te la vita; poiché il polso non conserverà più il suo movimento regolare, ma cesserà di battere:
nessun calore, non un respiro, attesteranno che tu vivi; le rose delle tue labbra e delle tue guance appassiranno e si faranno pallide come la cenere; sugli occhi ti cadrà il velo delle palpebre, come quando la morte chiude il giorno della vita. Ogni membro del tuo corpo, privato della padronanza del movimento e della flessibilità, rigido, intirizzito e freddo, avrà l'aspetto della morte: sotto questa temporanea sembianza di mortale rattrappimento tu resterai per quarantadue ore, e quindi ti desterai come da un placido sonno. Ora, quando lo sposo la mattina viene per farti alzare dal letto, tu sei lì morta: allora, secondo il costume del nostro paese, vestita dei tuoi abiti più belli, e distesa scoperta sulla bara, sarai portata a quella stessa antica volta sotterranea dove giacciono sepolti tutti i congiunti dei Capuleti. Intanto prima che tu ti desti, Romeo informato da una mia lettera del nostro disegno, verrà qua; lui ed io spieremo il tuo ridestarti, e in quella notte stessa Romeo ti condurrà via a Mantova. Così, se un capriccio del momento o una paura da femminetta non la vinceranno sul tuo coraggio all'istante della esecuzione, tu sarai salva dall'imminente disonore.
GIULIETTA: Dammi qua, dammi qua! Oh, non mi parlare di paura!
FRATE LORENZO: Tieni, vattene subito, e sii forte e felice in questa tua risoluzione: io manderò in fretta un fratello a Mantova con una lettera per tuo marito.
GIULIETTA: Amore, dammi tu forza! e la forza mi porgerà aiuto. Addio, caro padre!
(Escono)
402
Claire,
28/05/11 22:45
SCENA SECONDA - Una sala in casa Capuleti
(Entrano il CAPULETI, MADONNA CAPULETI, la Nutrice e due Servi)
CAPULETI: Inviterai tutte le persone che sono scritte qui. (Il Servo esce) Tu, giovanotto, vammi a fissare venti abili cuochi.
SECONDO SERVO: Non ne avrete neppur uno che sia un cattivo cuoco, signore, poiché io li metterò alla prova, per vedere se sanno leccarsi le dita.
CAPULETI: E come puoi provare se son bravi, facendo così?
SECONDO SERVO: Sfido, signore: è un cattivo cuoco quello che non sa leccarsi le dita e allora chi non se le sa leccare, non viene con me.
CAPULETI: Via, vattene. (Il Servo esce) Saremo assai sprovvisti in questa circostanza. Come, mia figlia è andata da frate Lorenzo?
NUTRICE: Sì, davvero.
CAPULETI: Bene, bene, potrebbe essere ch'egli le giovasse un poco: è una sgualdrina stizzosa e ostinata.
(Entra GIULIETTA)
NUTRICE: Guardate, eccola qua che ritorna dalla confessione tutt'allegra.
CAPULETI: Ebbene, che c'è, signora testarda? Dove siete stata a vagabondare?
GIULIETTA: Dove ho imparato a pentirmi del peccato di disobbediente resistenza a voi ed ai vostri comandi, e dove mi è stato ingiunto dal buon padre Lorenzo di prostrarmi qui ai vostri piedi e di domandarvi perdono: perdonatemi, ve ne scongiuro! D'ora innanzi mi lascerò sempre guidare da voi.
CAPULETI: Mandate per il conte, andate, avvertitelo di questo: voglio che questo nodo sia stretto domattina GIULIETTA: Alla cella di frate Lorenzo ho incontrato il giovane conte e gli ho dato quelle prove d'affetto convenienti che potevo dargli senza uscire dai limiti della modestia.
CAPULETI: Via, sono contento, così va bene: alzati; questo è il modo come le cose devono andare. Fatemi vedere il conte; sì, diamine, andate, dico, e conducetelo qui. Ed ora, lo dichiaro davanti a Dio, tutta la intera città dev'essere molto obbligata a questo frate venerando e benedetto.
GIULIETTA: Nutrice, volete venire con me nella mia stanza, per aiutarmi a scegliere gli ornamenti necessari che vi sembreranno adattati per abbigliarmi domani?
MADONNA CAPULETI: No, fino a giovedì no: c'è abbastanza tempo.
CAPULETI: Andate, nutrice, andate pure con lei: domani anderemo in chiesa.
(Escono Giulietta e la Nutrice)
MADONNA CAPULETI: Saremo a corto dell'occorrente: ormai è quasi notte.
CAPULETI: Ma che! mi darò attorno io stesso ed ogni cosa anderà bene, te lo garantisco io, moglie mia: va' da Giulietta, e aiutala ad abbigliarsi; stanotte io non vado a letto; lasciami solo: per questa volta voglio farla da massaia. Olà! ehi! son tutti fuori; ebbene arriverò io stesso dal conte Paride a prepararlo per domani: mi sento l'animo straordinariamente sollevato, ora che quella pazzerella ha messo giudizio a questo modo.
(Escono)
403
Claire,
28/05/11 22:46
SCENA TERZA - La camera di Giulietta
(Entrano GIULIETTA e la Nutrice)
GIULIETTA: Sì, quell'abito è il più adatto: ma, te ne prego, mia buona nutrice, stanotte lasciami sola, poiché ho bisogno di fare molte preghiere, per impetrare dal cielo che voglia sorridere alla situazione nella quale mi trovo, che, come tu sai bene, è trista e piena di peccato.
(Entra MADONNA CAPULETI)
MADONNA CAPULETI: Come, siete ancora occupata, eh? avete bisogno del mio aiuto?
GIULIETTA: No, signora; abbiamo già scelto quanto sarà necessario e conveniente per il mio abbigliamento di domani: se non vi dispiace, ora, permettete che io rimanga sola, e stanotte lasciate che la nutrice stia alzata insieme con voi, poiché son certa che voi avrete le mani molto impicciate per quest'improvviso avvenimento.
MADONNA CAPULETI: Buona notte; va' a letto e riposati, che ne hai bisogno.
(Escono Madonna Capuleti e la Nutrice)
GIULIETTA: Addio! Dio sa quando noi ci rivedremo. Mi sento correre per le vene un leggero brivido freddo di paura, che quasi agghiaccia il calore della vita: le richiamerò per prendere un po' di coraggio.
Nutrice! Ma che farebbe qui? Io debbo assolutamente esser sola a recitare la mia lugubre scena. Vieni, o ampolla. E se questa miscela non avesse alcun effetto? Domattina dovrò maritarmi? No, no: questo lo impedirà. Resta qui tu. (Posando un pugnale) Ma se fosse un veleno che il frate mi ha somministrato, astutamente, per farmi morire, per paura di disonorarsi con questo matrimonio avendomi già maritata a Romeo? Io ho paura che sia proprio un veleno: ma d'altra parte, penso, ciò non può essere affatto, perch'egli è stato conosciuto sempre per un santo uomo. Che succederà se, quando io sarò nella tomba, mi sveglio prima che Romeo venga a liberarmi? Ecco un terribile punto! Non sarò io soffocata dentro quella volta sotterranea nella cui fetida bocca non entra un alito di aria pura, e là dentro non morrò strozzata, prima che venga il mio Romeo? O, se rimango viva, non è molto probabile che l'orribile idea della morte e della notte, insieme col terrore del luogo, di quel sotterraneo, che è un antico ricettacolo dove per molte centinaia d'anni si sono ammucchiate le ossa di tutti i miei antenati sepolti, dove l'insanguinato Tebaldo, ancor fresco in terra, giace putrefacendosi; dove, come dicono, a una cert'ora della notte hanno ritrovo gli spiriti; ahimè, ahimè, non è egli probabile che io, svegliandomi troppo presto, in mezzo a sozzi odori e a strilli come quelli della mandragora strappata dalla terra, che fanno diventar pazzi i mortali che li odono: oh, se mi sveglio allora, non perderò io la ragione, circondata da tutti questi orribili terrori? E non mi metterò, come una pazza, a giocare con le ossa dei miei padri? E non strapperò dal funebre lenzuolo le membra straziate di Tebaldo? E in questo accesso di furore brandendo, come una clava, un osso di qualche mio vecchio antenato non mi farò schizzar fuori dalla testa le mie pazze cervella? Oh, guarda, mi par di vedere l'ombra del mio cugino che insegue Romeo, il quale lo infilzò con la punta dello stocco:
ferma, Tebaldo, ferma! Romeo, eccomi! Questo lo bevo a te.
(Si getta sul letto)
404
Claire,
28/05/11 22:46
SCENA QUARTA - Una sala in casa Capuleti
(Entrano MADONNA CAPULETI e la Nutrice)
MADONNA CAPULETI: Tieni, nutrice, prendi queste chiavi, e metti fuori delle altre spezie.
NUTRICE: Il pasticcere, in cucina, chiede datteri e mele cotogne.
(Entra il CAPULETI)
CAPULETI: Andiamo, movetevi, movetevi, movetevi! il gallo ha cantato già la seconda volta, la campana ha suonato, sono le tre. Abbi un occhio ai piatti al forno, mia buona Angelica: non risparmiare spese.
NUTRICE: Andate via, faccendone, andatevene a letto; in fede mia, domani starete male, per essere stato su stanotte.
CAPULETI: No, niente affatto: ma che! Altre volte, prima di questa, ho fatto nottata per ragioni meno importanti, e non mi sono mai sentito male.
MADONNA CAPULETI: Eh! sì, al tempo vostro siete stato un cacciatore di gonnelle; ma d'ora in poi veglierò io a che non facciate dl codeste veglie.
(Escono Madonna Capuleti e la Nutrice)
CAPULETI: La donna gelosa! la donna gelosa!
(Entrano dei Servi portando spiedi, legna e canestri)
Ebbene, giovinotto, che cos'è cotesta roba?
PRIMO SERVO: Roba per il cuoco, signore, ma non so che
cosa.
CAPULETI: Fate presto, fate presto. (Il Servo esce) Tu, galantuomo, va' a prendere della legna più secca: chiama Pietro, che t'insegnerà dove si trova.
SECONDO SERVO: Ho anch'io il capo sulle spalle, signore, e saprò trovare della legna, senza aver bisogno di seccar Pietro per questo.
(Esce)
CAPULETI: Ben detto, per la messa! Costui è un allegro briccone, eh !
ti nomineremo capo... di legno. Affeddidio, è giorno: il conte sarà presto qui con la musica, poiché m'ha detto che l'avrebbe menata con sé. (Musica di dentro) Lo sento, è qui. Nutrice! Moglie! Olà eh! Olà, nutrice, dico!
(Rientra la Nutrice)
Va' a svegliare Giulietta, va' e aiutala ad abbigliarsi; io anderò a chiacchierare con Paride: sbrigati, presto, presto! lo sposo è già venuto: presto, dico.
(Escono)
405
Claire,
28/05/11 22:47
SCENA QUINTA - La camera di Giulietta
(GIULIETTA è distesa sul suo letto. Entra la Nutrice)
NUTRICE: Signora! Su via, signora! Giulietta! Posso garantire che dorme la grossa! Su, agnellino! Via, signorina! ah, dormigliona!
ebbene, dico, amor mio! Padroncina! cuore mio! andiamo, signora sposa!
Come, nemmeno una parola? Volete farvi la vostra provvista ora, eh?
dormite pure per una settimana: poiché stanotte, ve lo garantisco, il conte Paride riposa nell'idea che voi dobbiate riposare ben poco. Dio mi perdoni, madonna, ed amen, come dorme profondamente! Debbo svegliarla in tutti i modi. Signora, signora, signora! Sì, lasciatevi trovare a letto dal conte, e poi vedrete in fede mia, s'egli vi fa alzare su dallo spavento! Non sarà così? Come? vi siete vestita e abbigliata, e poi vi siete messa giù di nuovo? Debbo svegliarvi ad ogni costo! Signora! signora! signora! Ahimè! ahimè! Aiuto, aiuto! la mia signora è morta! Oh maledetto giorno! ch'io non fossi mai nata! un po' d'acquavite, olà! Signore mio! Signora mia!
(Entra MADONNA CAPULETI)
MADONNA CAPULETI: Che cos'è questo chiasso?
NUTRICE: O giorno di pianto!
MADONNA CAPULETI: Che cos'è stato?
NUTRICE: Guardate, guardate! O sventurato giorno!
MADONNA CAPULETI: Povera me, povera me! Figlia mia, mia unica vita, rivivi, riapri gli occhi o io morrò insieme con te. Aiuto! aiuto!
chiamate aiuto!
(Entra il CAPULETI)
CAPULETI: Che vergogna è questa? menate fuori Giulietta: il suo sposo è già arrivato.
NUTRICE: Essa è morta! è morta! è morta! Dio mio!
MADONNA CAPULETI: Dio mio, essa è morta! è morta! è morta!
CAPULETI: Ah! lasciatemela vedere! E' finita, ahimè! è già fredda, il sangue s'è arrestato e le membra sono irrigidite; la vita e le sue labbra si sono lasciate da un pezzo. La morte si è posata sopra di lei, come una brina fuori di stagione sul fiore più gentile di tutto il campo.
NUTRICE: O giorno di pianto!
MADONNA CAPULETI: O momento di strazio!
CAPULETI: La morte, che me l'ha portata via per farmi gemere di dolore, mi incatena la lingua e non mi permette di parlare.
(Entrano Frate LORENZO e PARIDE coi Sonatori)
FRATE LORENZO: Andiamo, la sposa è pronta per andare in chiesa?
CAPULETI: Pronta per andarci, ma per non ritornare mai più. (A Paride) O figlio mio, la notte innanzi alle tue nozze la Morte è stata nel letto della tua fidanzata: eccola qui distesa, fiore, quale ella era, disfiorato dall'amplesso di lei. La Morte è mio genero, la Morte è mia erede; essa ha sposato mia figlia: io morrò e lascerò tutto a lei; la mia vita, i miei beni, tutto è della Morte.
PARIDE: Ho dunque atteso con tanta ansietà di vedere spuntare questo giorno, ed esso mi offre uno spettacolo come questo?
MADONNA CAPULETI: O giorno maledetto, fatale sciagurato, abominevole!
Ora, la più disgraziata che il tempo abbia mai visto nell'eterna fatica del suo pellegrinaggio! Non avevo che una figlia, soltanto una povera figlia, un'unica povera adorata figlia, la sola cosa nella quale io vedevo tutta la mia gioia e tutta la mia consolazione, e la Morte crudele l'ha strappata agli occhi miei!
CAPULETI: O sventurato, sventurato, sventurato giorno! Il più doloroso, il più sventurato giorno, che io abbia mai, mai visto ancora! O giorno! O giorno! O giorno! O abominevole giorno! Mai fu veduto, ancora, un giorno brutto come questo: o sventurato giorno, o sventurato giorno!
PARIDE: Tradito, costretto al divorzio, offeso, tormentato, assassinato! Tradito da te, odiosissima Morte, da te rovinato per sempre, crudele, crudele che sei! O amore! O vita, non più vita, ma amore riposto nella morte!
CAPULETI: Disprezzato, abbandonato, odiato, torturato, ucciso!
Malaugurato tempo, perché sei venuto ora ad assassinare, ad assassinare la nostra festa? O figliuola, o figliuola mia! o, più che figlia, anima mia! tu sei morta! Ahimè, la mia figliuola è morta, e insieme con la figliuola mia sono sepolte tutte le mie gioie!
FRATE LORENZO: Pace, dunque! vergogna! Il rimedio ai guai non si trova in questi guai. Il cielo e voi possedevate in comune questa bella fanciulla, ora il cielo la possiede tutta per sé, ed è maggior ventura per la fanciulla: voi, infatti, non potevate salvare dalla morte la parte di lei che era vostra; il cielo, invece, serba la sua parte in una vita eterna. Il vostro supremo desiderio era la esaltazione di lei, poiché il vederla in alto era il vostro paradiso: e voi piangete, ora che la vedete in alto, su al di sopra delle nubi, alta come il cielo stesso? Oh! con questo amore, voi amate così male la vostra figliuola, che diventate pazzi vedendo ch'ella sta bene: non è bene maritata colei che vive lungamente col marito; la meglio maritata è colei che muore moglie giovinetta. Asciugate le vostre lacrime, spargete su questo bel corpo il vostro rosmarino, e, secondo l'usanza, fate portare in chiesa la morta, vestita dei suoi abiti più belli.
Sebbene la sciocca natura ci spinga tutti al pianto, le lacrime della natura destano il sorriso della ragione.
CAPULETI: Tutte le cose che avevamo preparate per una festa, mutano improvvisamente il loro ufficio, e serviranno per un tetro funerale: i nostri strumenti si cambiano in meste campane; la nostra allegria nuziale in un triste mortorio; i nostri inni solenni si mutano in lugubri nenie; i nostri fiori di nozze servono per una sepoltura, ed ogni cosa si cambia nel suo contrario.
FRATE LORENZO: Signore, ritiratevi, e voi signora, andate insieme con lui; anche voi, signor Paride, andate; ognuno si prepari ad accompagnare questa bella salma alla sua tomba: il cielo vi guarda accigliato per qualche vostra colpa; non lo irritate maggiormente, ribellandovi ai suoi alti voleri.
(Escono il Capuleti, Madonna Capuleti, Paride e il Frate)
PRIMO SONATORE: In fede mia, noi possiamo riporre le nostre pive nel sacco e andarcene.
NUTRICE: Buona e brava gente, ah, riponetele, riponetele! poiché, lo vedete bene, siamo al fondo del sacco.
(Esce)
PRIMO SONATORE: Già, in fede mia, il sacco è colmo.
(Entra PIETRO)
PIETRO: Sonatori, oh! sonatori, l'aria: "Pace del cuore"; oh! se volete ridarmi la vita, sonate "Pace del cuore".
PRIMO SONATORE: Perché "Pace del cuore?".
PIETRO: Oh! sonatori miei, perché il mio cuore stesso suona: "Il mio cuore è pieno di dolore". Oh! sonatemi qualche allegra nenia, per confortarmi.
SECONDO SONATORE: Neppure una, noi: questo non è il momento di sonare.
PIETRO: Non volete sonare dunque?
PRIMO SONATORE: No.
PIETRO: Allora vi darò sonoramente.
PRIMO SONATORE: Che cosa ci darai?
PIETRO: In fede mia, non del danaro: vi darò... di strimpelloni, di menestrelli.
PRIMO SONATORE: E io ti darò... di servitore.
PIETRO: E io vi sonerò sulla zucca la daga del servitore. Io non vi sonerò delle semiminime: vi darò dei re, vi darò dei fa! notate bene quel che vi dico.
PRIMO SONATORE: Se ci soni dei re e dei fa, sarai tu che noti noi.
SECONDO SONATORE: Ti prego, metti dentro la tua daga, e metti fuori il tuo spirito.
PIETRO: Allora in guardia, contro i colpi del mio spirito! Io picchierò su voi botte da orbi con la lama del mio spirito, e rimetterò nel fodero la lama della mia daga. Rispondete dunque, da uomini, ai colpi miei:
Se il cuor ferisce torvo tormento E rea mestizia lo spirto opprime, Allor la musica, col suon d'argento...
perché "suono d'argento"? perché: "la musica col suon d'argento"? Che ne dici tu, Simon Cantino?
PRIMO SONATORE: Sfido! signore: perché l'argento ha un dolce suono.
PIETRO: Ciance! Che cosa dici tu, Ugo Ribeca?
SECONDO SONATORE: Dico, che dice "suono d'argento", perché i sonatori sonano per avere dell'argento.
PIETRO: Ciance anche queste! E tu che cosa dici, Giacomo dell'Anima?
TERZO SONATORE: In fede mia, io non so che dire.
PIETRO: Oh, hai ragione, ti chiedo scusa: tu sei un
cantore.
Risponderò io per te. Dice: "la musica col suon d'argento", perché i sonatori per sonare non hanno mai oro:
Allor la musica, col suon d'argento Con presto aiuto dal duol redime.
(Esce)
PRIMO SONATORE: Che sozzo briccone è costui!
SECONDO SONATORE: Impiccalo, che furfante! Andiamo, entriamo dentro, aspettiamo i piagnoni, e fermiamoci per il
desinare.
(Escono)