I poeti lavorano di notte; pagina 26
377
Claire,
26/05/11 01:01
sì
A Milano
100.000 persone in Piazza Castello
E' stato MERAVIGLIOSO
378
Vale_Vegan,
26/05/11 01:04
Cacchio!!! un gineceo!!! XD ...chissà che casino!! tutte quelle donne insieme.... decibel a palla!!! XDDD
379
Claire,
26/05/11 01:06
non c'erano solo donne, ma anche tanti uomini e un mucchio di personaggi che parlavano sul palcoscnico (Dario Fo, Teresa Mannino, Ottavia Piccolo, Franca Rame...) e molti cartelli e striscioni bellissimi.
Un momento di catarsi.
davvero
380
Vale_Vegan,
26/05/11 01:09
non lo metto in dubbio ;)
..purtroppo da allora cosa è cambiato?
381
Claire,
26/05/11 01:10
niente
:-(
A dire il vero il comitato organizzativo ha proposto moltissime altre iniziative, ma a Milano io faccio davvero fatica ad andare.
COnferenze, seminari, spettacoli, dibattiti
Tante cose utili e interessanti, se non altro per sensibilizzare...
383
Claire,
26/05/11 01:17
il cambiamento DEVE avvenire, ma ragazzi quanto è dura!
Tra un pochino me ne vado a letto che domani ho un'intera giornata di lavoro che inizia presto (stasera non ho annaffiato il prato e devo farlo domani, prima del lavoro) e che va avanti con esami tutto il pomeriggio....
Ma prima di andare saluterò, ovvio
Sono beneducata :-)
384
Claire,
28/05/11 22:26
Stasera LOVE LOVE LOVE
ROMEO E GIULIETTA
PERSONAGGI
DELLA SCALA, principe di Verona
PARIDE, giovane gentiluomo, parente del Principe
MONTECCHI, CAPULETI: capi di due famiglie in guerra fra di loro
ROMEO, figlio del Montecchi
MERCUZIO, parente del Principe e amico di Romeo
BENVOLIO, nipote del Montecchi e amico di Romeo
TEBALDO, nipote di Madonna Capuleti
Un Vecchio, della famiglia Capuleti
Frate LORENZO, francescano
Frate GIOVANNI, dello stesso ordine
BALDASSARRE, servo di Romeo
SANSONE, GREGORIO: servi dei Capuleti
PIETRO, altro servo dei Capuleti
ABRAMO, servo dei Montecchi
Uno Speziale
Tre Sonatori
Il Paggio di Mercuzio
Il Paggio di Paride
Un Ufficiale
MADONNA MONTECCHI, moglie del Montecchi
MADONNA CAPULETI, moglie del Capuleti
GIULIETTA, figlia del Capuleti
La Nutrice di Giulietta
Cittadini di Verona; Parenti delle due famiglie; Maschere; Guardie; Vigili e Persone del seguito
Scena: Durante la maggior parte del dramma, a Verona: una sola volta, nel quinto atto, a Mantova
PROLOGO
(Entra il Coro)
CORO: Nella bella Verona, dove poniamo la scena, per antica ruggine scoppia fra due famiglie di pari nobiltà una nuova rissa, nella quale il sangue civile macchia le mani dei cittadini. Dai fatali lombi di due nemici discende una coppia di amanti, nati sotto cattiva stella, le cui sventurate e pietose vicende seppelliscono con la loro morte l'odio dei genitori. I terribili casi del loro amore segnato dalla morte, e l'ira prolungata dei loro genitori, alla quale nulla potrà mettere fine, se non la morte dei figli, sono lo spettacolo che la nostra scena vi offrirà per due ore; se voi vorrete assistere con paziente orecchio, il nostro zelo cercherà di rimediare a quello che vi sarà di deficiente.
(Esce)
385
Claire,
28/05/11 22:28
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA - Verona. Piazza pubblica
(Entrano SANSONE e GREGORIO, della Casa dei Capuleti, armati di spade e di scudi)
SANSONE: Gregorio, sulla mia parola, noi non curveremo la schiena.
GREGORIO: No, perché allora saremmo dei facchini.
SANSONE: Voglio dire che se ci monta la collera, infileremo qualcuno.
GREGORIO: Bravo, finché vivi, infila sempre il collo nel colletto.
SANSONE: Io faccio presto a picchiare quando mi riscaldo.
GREGORIO: Già, ma non fai presto a riscaldarti per picchiare.
SANSONE: Un cane di casa Montecchi basta per farmi
scattare.
GREGORIO: Scattare vuol dire muoversi, mentre aver coraggio significa tener fermo: perciò se tu scatti, finirai che scappi.
SANSONE: Un cane di quella casa mi moverà a tener fermo: mi terrò al muro con qualunque servo o qualunque serva di casa Montecchi incontrerò.
GREGORIO: Ciò mostra che tu sei un debole marrano, perché al muro ci va sempre il più debole.
SANSONE: E' vero, e appunto per questo le donne, essendo più deboli degli uomini, sono spinte sempre contro il muro: perciò io caccerò via dal muro i servitori del Montecchi, e spingerò al muro le sue serve.
GREGORIO: Le serve non c'entrano: la contesa è fra i nostri padroni e fra noi servitori.
SANSONE: E' tutt'uno, voglio farla da tiranno: dopo essermi battuto con gli uomini, sarò spietato con le vergini, toglierò loro l'età.
GREGORIO: L'età delle vergini?
SANSONE: Sì, l'età delle vergini, o la loro vergin... età. Via, prendilo nel senso che tu vuoi.
GREGORIO: Loro che lo sentiranno devono prenderlo nel vero senso.
SANSONE: Sentiranno me, finché avrò forza di star ritto: e via, si sa che io sono un discreto pezzo di ciccia.
GREGORIO: Buon per te che non sei pesce, altrimenti saresti stato un baccalà. Tira fuori il tuo arnese, ecco qualcuno di casa Montecchi.
(Entrano ABRAMO e BALDASSARRE)
SANSONE: La mia lama è fuori: attacca pure briga; io ti spalleggerò.
GREGORIO: In che modo? voltando le spalle e scappando?
SANSONE: Non aver paura di me.
GREGORIO: No, diamine! Io aver paura di te?
SANSONE: Teniamoci dalla parte della legge: lasciamo che siano i primi loro.
GREGORIO: Passando vicino a loro io aggrotterò le ciglia: se la prendano un po' come vogliono.
SANSONE: No, come avranno il coraggio. Io li guarderò mordendomi il pollice; è un affronto, per loro, se se lo tengono.
ABRAMO: Messere, vi mordete il pollice per noi?
SANSONE: Io mi mordo il pollice, messere.
ABRAMO: Messere, vi mordete il pollice per noi?
SANSONE (a parte a Gregorio): La legge è dalla nostra, se dico di sì?
GREGORIO: No.
SANSONE: No, messere, non mi mordo il pollice per voi, ma io mi mordo il pollice, messere.
GREGORIO: Avete l'intenzione di attaccar briga, messere?
ABRAMO: Attaccar briga, messere! No, messere.
SANSONE: Se l'aveste, messere, sono a vostra disposizione: io servo un padrone che vale quanto il vostro.
ABRAMO: Ma non di più.
SANSONE: Ebbene, messere.
GREGORIO (a parte a Sansone): Digli che vale di più: ecco che viene un parente del padrone.
SANSONE: Sì, vale più del vostro, messere.
ABRAMO: Voi mentite.
(Entra BENVOLIO)
SANSONE: Fuori le spade, se siete uomini. Gregorio, ricordati della tua botta maestra. (Si battono)
BENVOLIO: Separatevi, insensati! Giù quelle spade, voi non sapete quello che fate. (Costringendoli ad abbassare le armi)
(Entra TEBALDO)
TEBALDO: Come, hai tirato fuori la spada in mezzo a questi vili servi?. Volgiti, Benvolio, e guarda in faccia la tua morte.
BENVOLIO: Io non fo che metter pace: riponi la tua spada, o impugnala per aiutarmi a separare costoro.
TEBALDO: Come! Hai la spada in mano, e parli di pace? Io odio questa parola come l'inferno, come te e tutti i Montecchi. A te, vigliacco.
(Si battono)
(Entrano parecchi Partigiani delle due famiglie, i quali prendono parte alla rissa, poi sopraggiungono dei Cittadini armati di mazze)
PRIMO CITTADINO: Delle mazze! Delle picche! Delle partigiane!
Picchiate! Accoppateli! Morte ai Capuleti! Morte ai Montecchi!
(Entrano il CAPULETI, in veste da camera, e MADONNA CAPULETI)
CAPULETI: Che cos'è questo baccano? Datemi il mio spadone, olà!
MADONNA CAPULETI: Una gruccia, una gruccia piuttosto. Che cosa volete farne della spada?
(Entrano il MONTECCHI e MADONNA MONTECCHI)
CAPULETI: La mia spada, dico! Il vecchio Montecchi è qua, e brandisce la sua spada per provocare me.
MONTECCHI: Miserabile Capuleti! - Non mi tenere! Lasciami andare.
MADONNA MONTECCHI: Tu non moverai un passo per andare incontro a un nemico.
(Entra il PRINCIPE col Seguito)
PRINCIPE: Sudditi ribelli, nemici della pace che profanate cotesta spada rossa di sangue cittadino... Ah! Non mi danno retta! Dico a voi, non uomini, ma belve, che volete spengere il fuoco del vostro cieco furore, facendo scorrere dalle vene vostre dei rivi vermigli di sangue! Pena la tortura, gettate dalle sanguinose mani il mal temprato ferro, ed ascoltate la sentenza del vostro sdegnato principe. E' già la terza volta che voi, vecchio Capuleti, e voi, Montecchi, per una vana parola, turbate con le vostre risse la quiete delle nostre contrade, e costringete fino i vecchi di Verona a lasciare le vesti che alla loro età si convengono, e ad impugnare con la vecchia mano le vecchie partigiane arrugginite nella pace, per separare voi arrugginiti nell'odio. Se un'altra volta oserete turbare in questo modo le nostre contrade, vi farò pagare con la vita l'infrazione alla pace. Per oggi vada così. Via tutti di qua: voi, Capuleti, seguitemi, e voi Montecchi, stasera vi troverete al vecchio castello di Villafranca, dov'è il nostro tribunale ordinario, e là saprete la mia risoluzione in proposito. Via tutti di qua, ripeto, pena la morte.
(Escono il Principe e il suo Seguito, il Capuleti, Madonna Capuleti, Tebaldo, i Cittadini e i Servi)
MONTECCHI: Chi ha riacceso questa vecchia lite? Parlate, nipote mio, eravate qui quando è incominciata la rissa?
BENVOLIO: Prima che io mi fossi avvicinato, i servitori del vostro avversario si erano già acciuffati coi vostri. Io ho tirato fuori la spada per separarli: in quell'istante è sopraggiunto il focoso Tebaldo con la spada sguainata, e sussurrandomi agli orecchi parole di sfida, ha incominciato a rotarla intorno alla sua testa e a tagliare il vento, il quale senza essere ferito gli fischiava intorno beffandosi di lui. Mentre noi ci scambiavamo botte e colpi, venne più e più gente, e si misero a combattere parte contro parte, finché è giunto il principe, il quale ha spartito le due parti.
MADONNA MONTECCHI: O, dov'è Romeo? L'avete veduto oggi? Sono molto contenta che non sia trovato a questa rissa.
BENVOLIO: Madonna, un'ora prima che il divino sole si affacciasse al dorato balcone d'oriente, una momentanea tristezza mi spinse ad uscire di casa; e sotto il piccolo bosco di sicomori, che cresce a ponente della città, ho veduto il figlio vostro, il quale passeggiava così a buon'ora. Ho fatto per andargli incontro, ma egli si era già accorto della mia presenza, ed è scomparso nel folto del bosco. Io, misurando la sua tristezza dalla mia, la quale cercava di più i luoghi dove si potesse trovare meno gente, poiché mi pareva d'essere di troppo io stesso alla mia mesta persona, ho seguito il mio umore senza occuparmi del suo, e volentieri ho schivato chi volentieri mi sfuggiva.
MONTECCHI: Molte mattine è stato veduto là, che accresceva con le sue lacrime la fresca rugiada del mattino, che aggiungeva nubi alle nubi coi suoi profondi sospiri; ma non appena il sole, che tutto rallegra, comincia nelle più lontane plaghe d'oriente a tirare le fosche cortine del letto dell'Aurora, l'oppresso mio figlio, fuggendo la luce, corre a nascondersi in casa, si imprigiona nella sua camera, serra le finestre, chiude fuori la bella luce del giorno, e si fa una notte artificiale. Questo umor tetro gli sarà fatale, se qualche buon consiglio non riesce ad allontanarne la cagione.
BENVOLIO: Mio nobile zio, sapete quale sia la cagione?
MONTECCHI: Non lo so, né posso saperlo da lui.
BENVOLIO: Avete cercato di metterlo alle strette in qualche modo?
MONTECCHI: Ho provato io, hanno provato molti amici: ma egli non ha altro confidente delle sue pene che se medesimo (non dirò quanto fedele); ed è chiuso così impenetrabilmente in se stesso, e si lascia così difficilmente scandagliare e spiare, come il boccio di un fiore, morso da un infido verme prima di poter dischiudere all'aria i suoi dolci petali ed offrire al sole tutta la sua bellezza. Se si potesse sapere solamente donde hanno origine gli affanni suoi, saremmo altrettanto desiderosi di guarirli quanto di conoscerli (Entra ROMEO, in distanza)
BENVOLIO: Guardate, eccolo qui che viene: se non vi dispiace, ritiratevi in disparte, io saprò ciò che l'addolora, o egli dovrà dirmi di no più di una volta.
MONTECCHI: Ti auguro di essere così fortunato, restando qui, da sentire una sincera confessione. Venite, madonna, andiamo.
(Escono)
BENVOLIO: Buon mattino, cugino mio.
ROMEO: E' ancora così presto?
BENVOLIO: Son sonate le nove solo da poco.
ROMEO: Ohimè! le ore tristi sembrano eterne. Era mio padre quello che se n'è andato di qua cosi in fretta?
BENVOLIO: Sì, era lui. Quale afflizione fa così lunghe le ore di Romeo?
ROMEO: Non aver quello il cui possesso le renderebbe brevi.
BENVOLIO: Sei innamorato?
ROMEO: Non sono...
BENVOLIO: Non sei innamorato?
ROMEO: Non sono nelle grazie di colei che amo.
BENVOLIO: Ohimè, perché amore, il quale ha un aspetto così gentile, deve essere, alla prova, così tiranno e villano!
ROMEO: Ohimè, perché amore, il quale è sempre bendato, deve vedere, senza gli occhi, i sentieri che menano al suo desiderio! Dove pranzeremo? Povero me! Che rissa c'è stata qui? Ma no, non importa che tu me lo dica, perché ho saputo tutto. Qui c'è un gran da fare con l'odio, ma più ancora con l'amore. O amore rissoso! O odio amoroso! O tutto creato dal nulla! O grave leggerezza! O vanità seria! Informe caos di leggiadre forme! Piuma di piombo! Raggiante fumo! Gelido fuoco! Inferma salute! Vigile sonno che non è ciò che è! Questo è l'amore che io sento, senza sentire amore in tutto questo! E tu non ridi?
BENVOLIO: No, cugino, io piango, piuttosto.
ROMEO: Cuore gentile, perché?
BENVOLIO: Perché il tuo cuore gentile è oppresso.
ROMEO: Ebbene, è questa l'inumana legge dell'amore. Le mie pene mi gravano il petto abbastanza; tu le farai traboccare aggiungendovi il peso delle tue: poiché questo affetto che mi dimostri non fa che aggiungere nuovo dolore al mio già troppo grande. L'amore è una nebbia formata col vapore dei sospiri: se la nebbia si dissipa, l'amore è un fuoco che sfavilla negli occhi degli amanti; se vien travagliato, l'amore si risolve in un mare alimentato dalle lacrime degli amanti.
Che cos'altro è l'amore, se non una pazzia molto discreta, una amarezza che soffoca, e una dolcezza che fa bene? Addio, cugino.
(Andandosene)
BENVOLIO: Adagio! Ti accompagno: se mi lasci così, mi fai un torto.
ROMEO: Toh! mi sono smarrito: io non sono mica qui. Questo non è Romeo, Romeo è altrove.
BENVOLIO: Dimmi con serietà chi è colei che ami.
ROMEO: Come con serietà! Devo mettermi a gemere per
dirtelo?
BENVOLIO: Gemere! ecco, no; ma dimmi con serietà chi è.
ROMEO: Di' a un ammalato di fare con serietà il suo testamento: oh, male rivolta parola ad uno che sta così male! In serietà cugino, io amo una donna.
BENVOLIO: Coglievo presso a poco nel segno, quando pensavo che tu fossi innamorato.
ROMEO: Sei un abilissimo tiratore! E colei che io amo è bella.
BENVOLIO: Un bel bersaglio è presto colpito, cugino bello.
ROMEO: Ebbene, questa volta il tuo colpo fallisce: lo strale di Cupido non può colpirla; essa ha il senno di Diana, e ben chiusa, com'è, in una forte corazza di castità, vive al sicuro dall'innocuo e infantile arco d'Amore. Ella fugge l'assedio delle dolci parole, schiva l'incontro degli occhi che tentano di darle l'assalto, e non apre il suo grembo neppure all'oro, che seduce anche i santi: oh! ella è ricca di bellezza ed è povera solo in questo, che quando morirà, moriranno insieme con la sua bellezza anche le sue ricchezze.
BENVOLIO: Dunque ha fatto voto di castità.
ROMEO: L'ha fatto, e con questa economia fa uno sperpero immane:
poiché la bellezza, privata dalla sua austerità del nutrimento d'amore, perirà defraudando i posteri di ogni bellezza. Essa è troppo bella, troppo savia, troppo saviamente bella, per guadagnarsi la beatitudine celeste facendo disperare me; ha fatto voto di non amare e quel voto lasciandomi vivere uccide me che vivo per dirti ora questo.
BENVOLIO: Segui il mio consiglio, cessa di pensare a lei.
ROMEO: Oh! insegnami come posso cessar di pensare.
BENVOLIO: Rendendo la libertà agli occhi tuoi: contempla altre bellezze.
ROMEO: Sarebbe il mezzo di occuparsi sempre più di quella sua, che è squisita. Le fortunate maschere che baciano le fronti delle belle donne, col loro color nero ci richiamano sempre più alla mente la preclara bellezza ch'esse nascondono: chi è colpito da cecità non può dimenticare il prezioso tesoro della vista perduta. Mostrami una donna di straordinaria bellezza: che cosa sarà per me questa sua bellezza, se non una pagina, dove io leggerò il nome di colei che è ancora più straordinariamente bella? Addio; tu non puoi insegnarmi a dimenticare.
BENVOLIO: Io ti insegnerò questo segreto, o morirò con un debito sulla coscienza.
(Escono)
386
Claire,
28/05/11 22:30
SCENA SECONDA - Una strada
(Entrano il vecchio CAPULETI, PARIDE, e un Servo)
CAPULETI: Ma il Montecchi è vincolato come me, ed alla stessa pena; del resto io credo che per due vecchi come noi non sarà difficile mantenere la pace.
PARIDE: Siete tutti e due persone ragguardevoli; ed è doloroso che siate vissuti in discordia per così lungo tempo. Ma ditemi ora, signor mio, che cosa avete da rispondere alla mia domanda?
CAPULETI: Non posso fare altro che ripetervi quello che vi ho già detto prima: mia figlia è ancora inesperta del mondo; non ha compiuto quattordici anni: prima che noi possiamo giudicarla matura per le nozze, lasciamo ancora due estati appassire nel loro rigoglio.
PARIDE: Giovinette che hanno meno di lei sono già madri felici.
CAPULETI: Sì, ma quelle che vanno a marito così presto perdono troppo presto la freschezza. La terra ha inghiottito tutte le mie speranze, e non mi ha lasciato che lei, in lei è riposta ogni mia speranza sulla terra. Intanto corteggiatela, gentile Paride, conquistate il suo cuore: la mia volontà non è che accessoria al suo consenso. Se essa è contenta di sposarvi, la sua scelta sarà per voi, nello stesso tempo, il mio consenso e la dolce parola che ve lo accorda. Stasera in casa mia c'è la festa che io sono solito dare per antica consuetudine, alla quale ho invitato molti amici che mi son cari : voi sarete fra questi, ed accrescerete il numero dei miei invitati, di uno che sarà graditissimo. Nella mia povera casa potrete contemplare gli astri terreni che rendono luminoso il cielo notturno. In mezzo ai freschi bocci di rosa femminile che troverete in casa mia stasera vi sarà concesso di godere quel diletto medesimo, che provano i baldi giovani, allorché l'aprile dalla bell'assisa è alle calcagna dell'inverno zoppicante. Parlate con tutte, guardate tutte, e amate quella che per merito vi parrà superiore alle altre: alla maggior vista della quale molte altre - e tra esse mia figlia - potranno contare per far numero, ma nessuna sarà tenuta da conto. Andiamo, venite con me. (Al Servo) Tu giovanotto, va', percorri le vie della bella Verona, cerca le persone il nome delle quali è scritto qui, (dandogli un foglio) e di' loro che la mia casa e la mia buona accoglienza sono a loro disposizione.
(Escono il vecchio Capuleti e Paride)
SERVO: "Cerca le persone il nome delle quali è scritto qui"? E' scritto che il calzolaio debba maneggiare il metro, il sarto la forma delle scarpe, il pescatore il pennello, e il pittore le reti: io, invece, sono mandato a cercare le persone, il nome delle quali è scritto in questo foglio, mentre non sarò mai buono a leggere che nomi vi abbia scritto chi l'ha scritto. Bisogna che mi rivolga a qualche persona istruita. Alla buon'ora!
(Entrano BENVOLIO e ROMEO)
BENVOLIO: Via, amico mio, un fuoco con le sue fiamme consuma l'altro, un dolore è attenuato dall'angoscia in cui ci mette un altro; quando a girare in un senso ti prende il capogiro, ti passa girando nel senso contrario; una disperazione si cura col languore d'un'altra; fa' bere al tuo occhio avvelenato dall'amore un nuovo veleno e sarà distrutta l'azione inveterata di quello antico.
ROMEO: La foglia di piantaggine è un ottimo rimedio per questo.
BENVOLIO: Per che cosa, ti prego?
ROMEO: Per accomodarti uno stinco se l'hai rotto.
BENVOLIO: Via, Romeo, sei pazzo?
ROMEO: Non sono pazzo, eppur legato peggio di un pazzo, chiuso in prigione, tenuto senza mangiare, frustato, torturato! e... [al Servo] Buon giorno, ragazzo mio.
SERVO: Che Dio lo dia buono a voi. Scusate, signore, sapete leggere?
ROMEO: Sì, la mia sorte nella mia infelicità.
SERVO: Forse non avrete avuto bisogno di libri per conoscerla: ma, vi prego, sapete leggere qualunque cosa vedete?
ROMEO: Sì, se si tratta di un alfabeto e di una lingua che io conosco.
SERVO: Dite bene: state allegro!
ROMEO: Fermati, giovanotto; so leggere. (Legge) "Il signor Martino con la moglie e le figlie; il conte Anselmo e le sue belle sorelle; la signora vedova di Vitruvio; il signor Piacenzo con le sue amabili nipoti; Mercuzio e suo fratello Valentino; mio zio Capuleti con la moglie e le figlie; la mia bella nipote Rosalina; Livia; il signor Valente e suo cugino Tebaldo; Lucio e la vivace Elena". Una bella comitiva: e dove debbono andare?
SERVO: Su.
ROMEO: Dove? a cena?
SERVO: In casa nostra.
ROMEO: In casa di chi?
SERVO: Del mio padrone.
ROMEO: E' vero, avrei dovuto incominciare a domandarti questo.
SERVO: Ve lo dirò ora senza che me lo domandiate: il mio padrone è il nobile e ricco signor Capuleti; e se non siete uno di casa Montecchi, vi prego, venite a trincare un bicchiere di vino. State allegro!
(Esce)
BENVOLIO: A questa stessa festa che i Capuleti danno per antica consuetudine, va a cenare, con tutte le bellezze più ammirate di Verona, anche la bella Rosalina della quale tu sei così innamorato:
recati là, e con occhio imparziale paragona il suo viso a quello di qualche altra fanciulla che io ti mostrerò, e ti farò convenire che il tuo cigno è un corvo.
ROMEO: Se la devota religione del mio occhio proclamasse una simile falsità, le mie lacrime si convertano in fiamme! E questi eretici trasparenti, che tante volte annegati nel pianto non poterono mai morire, siano abbruciati come impostori! Un'altra più bella dell'amor mio! Il sole che tutto vede, non ha veduto mai la sua eguale da che il mondo ebbe principio.
BENVOLIO: Sfido! Ti par bella perché non l'hai vista in mezzo ad altre, e perché nelle due bilance degli occhi tuoi essa è stata pesata sempre da sé sola. Ma metti, in coteste bilance di cristallo, da una parte l'amor tuo, e dall'altra qualcuna delle fanciulle che ti farò veder brillare alla festa, e ti parrà appena mediocre, colei che ora ti sembra la più bella.
ROMEO: Vi andrò, non perché mi sia mostrata la bellezza che tu vanti, ma per bearmi nello splendore della fanciulla
mia.
(Escono)
387
Claire,
28/05/11 22:31
SCENA TERZA - Una stanza in casa Capuleti
(Entrano MADONNA CAPULETI e la NUTRICE)
MADONNA CAPULETI: Nutrice, dov'è mia figlia? Chiamala, che venga qui.
NUTRICE: Eppure, le avevo già detto di venir qua, com'è vero che a dodici anni ero vergine! Ebbene, agnellina mia! Ebbene pecorella della Madonna! Dio non voglia! Dov'è questa benedetta bambina? Ebbene Giulietta!
(Entra GIULIETTA)
GIULIETTA: Che c'è? Chi mi chiama?
NUTRICE: Vostra madre.
GIULIETTA: Eccomi, signora, che cosa volete?
MADONNA CAPULETI: Ecco di che cosa si tratta: nutrice, lasciaci per un momento, dobbiamo parlare in segreto... Torna pure qua, nutrice, ora che ci ripenso è bene che tu sia presente al nostro colloquio. Tu sai che mia figlia ha ormai una certa età?
NUTRICE: In fede mia, potrei dirvi la sua età senza sbagliare di un'ora.
MADONNA CAPULETI: Non ha ancora quattordici anni.
NUTRICE: Ci scommetterei quattordici dei miei denti - e tuttavia, dici con gran dolore, non ne ho che quattro - che essa non li ha ancora quattordici anni. Quanto c'è di qui al primo agosto?
MADONNA CAPULETI: Una quindicina di giorni, o poco più.
NUTRICE: Sia più, sia meno, quando di tutti i giorni dell'anno verrà il primo di agosto, la notte di quel giorno essa avrà quattordici anni. Susanna e lei (Dio riposi in pace tutte le anime cristiane!) erano della stessa età: bene, Susanna è con Dio; era troppo buona per me... ma, come dicevo, la notte del primo agosto essa avrà quattordici anni, li avrà, in fede mia: me ne ricordo bene. Sono ormai passati undici anni dal giorno di quel famoso terremoto; e lei fu divezzata (non lo dimenticherò mai) proprio in quel giorno: perché io allora mi ero messa dell'assenzio al capezzolo, e stavo al sole, appoggiata al muro sotto la colombaia; il padrone e voi eravate allora a Mantova...
eh! io ho un cervello che mi serve: ma, come dicevo, quando assaporò l'assenzio che era al capezzolo della poppa, e lo sentì amaro, bisognava vederla la pazzerella, che bizza, e come se la prese con la poppa! Moviti, fece a un tratto la colombaia: vi assicuro che non ci fu bisogno che qualcuno mi dicesse di scappare. E da allora sono passati undici anni, perché essa stava già ritta da sé; non solo, per la croce, ma correva e zampettava da per tutto, tant'è vero che il giorno prima s'era fatta un corno sulla fronte; e allora mio marito (Dio salvi l'anima sua! era un uomo allegro) rizzò la bambina e disse:
"Come, caschi bocconi? Quando sarai più furba, imparerai a cascare supina, non è vero, Giulietta?". E, per la Madonna, quella birichina smise di piangere, e disse: "Sì". Guardate un po' come uno scherzo, alle volte, riesce a proposito! Garantisco che se vivessi mille anni, non dimenticherò mai quella scena. "Non è vero, Giulietta?" fece lui, e la pazzerella smise di piangere e disse: "Sì".
MADONNA CAPULETI: Basta; ti prego, sta' zitta.
NUTRICE: Sì, signora. Ma non posso tenermi dal ridere quando penso che s'ebbe a chetare per dire "sì": e tuttavia, garantisco, aveva sulla fronte un nocciolo grosso come il fagiolo di un galletto; era stato un colpo tremendo, e piangeva dirottamente. "Come - fece mio marito - tu caschi bocconi? Quando sarai più grande, imparerai a cascare supina, non è vero, Giulietta?". Lei si chetò, e disse: "Sì".
GIULIETTA: E chetati anche tu, fammi il piacere, nutrice, dico io.
NUTRICE: Un po' di pazienza, ho finito. Iddio ti abbia nella sua grazia! Tu sei stata la più graziosa bambina che io abbia mai allattato: se potrò vivere fino a vederti un giorno maritata, non avrò altro a desiderare.
MADONNA CAPULETI: Santa Maria! Questa del maritarla è appunto la cosa di cui io voglio parlare. Dimmi, Giulietta mia, che cosa ne pensi? Sei disposta a maritarti?
GIULIETTA: E' un onore che io non sogno nemmeno.
NUTRICE: Un onore? Se non ti avessi allattata io sola, direi che tu insieme col latte hai succhiato dalla poppa il giudizio.
MADONNA CAPULETI: Ebbene, è ora che tu pensi a maritarti; qui a Verona ci sono delle più giovani di te, signore molto stimate, già divenute madri. Se non mi sbaglio nel conto, io stessa all'età in cui tu sei ancora fanciulla, ero già tua madre. Ecco, in una parola, di che cosa si tratta: il nobile Paride ti chiede in isposa.
NUTRICE: Un uomo, signorina! un uomo, signorina, che tutto il mondo...
Insomma, è un uomo fatto in cera!
MADONNA CAPULETI: L'estate di Verona non ha un fiore così bello.
NUTRICE: Già, è un fiore, davvero, è proprio un bel fiore.
MADONNA CAPULETI: Che ne dici? Senti di poter amare quel gentiluomo?
Questa sera lo vedrai alla nostra festa: leggi sul volume della faccia del giovine Paride, e trova la delizia che in esso ha scritto la penna della bellezza; esamina tutti i suoi lineamenti insiem sposati e osserva come l'uno faccia felice l'altro; se qualche cosa c'è di oscuro in quel bel volume, cercane un commento nel margine degli occhi suoi. Questo prezioso libro d'amore, questo amante non legato, non ha bisogno che di una coperta per diventare ancora più bello: il pesce vive nel mare, ed è un gran vanto, per il bello esteriore, nascondere il bello interiore. Agli occhi di molti, solamente quel libro ha una parte della gloria, il quale racchiuda la sua dorata storia in fermagli d'oro. Così tu, facendolo tuo, parteciperai di tutto ciò che egli possiede, senza diminuire in niente te stessa.
NUTRICE: Che diminuire! anzi si farà più grossa: le donne ingrossano per via degli uomini.
MADONNA CAPULETI: Dillo francamente, senti di potere corrispondere all'amore di Paride?
GIULIETTA: Vedrò di aggradirlo, se il vedere provochi il gradimento:
ma gli occhi miei non lanceranno i loro sguardi più in là di quanto il vostro permesso dia loro forza di volare.
(Entra un Servo)
SERVO: Signora, gli invitati son giunti, la cena è servita, tutti chiedono di voi, domandano della signorina, giù in dispensa bestemmiano contro la nutrice, e tutto va a rotta di collo! Io devo andare a servire a tavola, vi prego, venite subito.
MADONNA CAPULETI: Eccoci, vi seguiamo. Giulietta, il conte attende.
NUTRICE: Va', fanciulla, e procura ai tuoi giorni felici delle felici notti.
(Escono)
388
Claire,
28/05/11 22:32
SCENA QUARTA - Una strada
(Entrano ROMEO, MERCUZIO e BENVOLIO, insieme con cinque o sei Maschere, Portatori di fiaccole, ed altri. ROMEO è mascherato da pellegrino)
ROMEO: Dunque questo discorso per scusarci si fa, o entriamo senza tante scuse?
BENVOLIO: Il tempo di queste lungaggini è finito. Non vogliamo con noi nessun Cupido bendato con la sciarpa, e con l'arco alla tartara di legno tinto, che spaventi le signore come uno spauracchio; non vogliamo fare la nostra entrata col solito prologo detto a memoria, borbottando dietro il suggeritore. Ci giudichino pure con la misura che vogliono: noi misureremo loro una misura di danza, e ce ne anderemo.
ROMEO: Datemi una fiaccola, io non me la sento di ballare: essendo cupo, porterò la luce.
MERCUZIO: Invece, caro Romeo, noi vogliamo che tu balli.
ROMEO: Io no, credetelo. Voi avete scarpine da ballo con suolo leggero: io invece ho l'anima di piombo, che m'inchioda al suolo in modo da non lasciarmi muovere.
MERCUZIO: Tu sei innamorato: fatti prestare le ali da Cupido, e per mezzo di esse librati a volo al di sopra delle tue pene.
ROMEO: Il suo dardo mi ha ferito troppo crudelmente, perché io possa levarmi a volo con le sue lievi penne; e, avvinto come sono nei suoi lacci, non posso vincer d'un salto la triste sommità del dolore: sotto il grave peso dell'amore, io sprofondo.
MERCUZIO: E tu, per sprofondarvi dentro, dovresti gravar d'un peso l'amore; è un'oppressione troppo grande per una creatura delicata.
ROMEO: Amore è delicato? E' troppo rozzo invece, troppo aspro, troppo violento; e punge come una spina.
MERCUZIO: Se amore è rozzo con te, tu sii rozzo con lui: rendi ad amore puntura per puntura, e lo vincerai. Datemi un astuccio per riporci il viso: (mettendosi una maschera) una maschera per un mascherone! Ed ora che m'importa se un occhio indiscreto noti le mie bruttezze? C'è questo brutto ceffo che arrossirà per me.
BENVOLIO: Via, bussiamo ed entriamo, e appena dentro, ognuno di noi si raccomandi alle sue gambe.
ROMEO: A me una fiaccola: chi è allegro ed ha il cuore leggero, accarezzi coi piedi le insensibili stoie, per me c'è l'adagio del nonno: "io reggo il candeliere, e me ne sto a vedere". Il giuoco non è mai stato così bello, e la mia ora così grigia.
MERCUZIO: Bah ! Di notte tutte le gatte son grigie, come dice l'ufficiale di ronda; e se tu sei così greggio, cercheremo noi di tirarti fuori dal fango, o (con buon rispetto) da cotesto amore, nel quale sei impegolato fino agli orecchi. Andiamo, se no finiremo per far lume al giorno, eh!
ROMEO: No, non è così.
BENVOLIO: Voglio dire, signor mio, che se ci traccheggiamo in questo modo, i nostri lumi saranno sprecati, come lampade accese di giorno.
Tu devi prendere le nostre parole nel significato buono che è nella nostra intenzione, poiché il nostro senno risiede cinque volte nella nostra intenzione, prima che una sola volta nei nostri cinque sensi.
ROMEO: Infatti noi abbiamo una buona intenzione recandoci a questa mascherata; ma l'andarci non è buon senno.
MERCUZIO: Perché, se è lecito domandarlo?
ROMEO: Stanotte ho fatto un sogno.
MERCUZIO: Anch'io.
ROMEO: Ebbene, che cosa hai sognato?
MERCUZIO: Che coloro i quali sognano, spesso sono messi in mezzo...
ROMEO: In mezzo alle coltri, e sognano delle cose vere.
MERCUZIO: Ah! Allora, lo vedo, la regina Mab è venuta a trovarti. Essa è la levatrice delle fate, e viene, in forma non più grossa di un agata all'indice di un anziano, tirata da un equipaggio di piccoli atomi, sul naso degli uomini, mentre giacciono addormentati. I raggi delle ruote del suo carro son fatti di lunghe zampe di ragno; il mantice di ali di cavallette, le tirelle del più sottile ragnatelo; i pettorali di umidi raggi di luna, il manico della frusta di un osso di grillo, la sferza di un filamento impercettibile; il cocchiere è un moscerino in livrea grigia, grosso neppure quanto la metà del piccolo insetto tondo, tratto fuori con uno spillo dal pigro dito di una fanciulla. Il suo cocchio è un guscio di nocciola, lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio verme, da tempo immemorabile carrozzieri delle fate. In questo arnese essa galoppa da una notte all'altra attraverso i cervelli degli amanti, e allora essi sognan d'amore; sulle ginocchia dei cortigiani, che immediatamente sognan riverenze; sulle dita dei legulei, che subito sognano onorari, sulle labbra delle dame che immantinente sognano baci, su quelle labbra che Mab adirata spesso affligge di vescicole perché il loro fiato è guasto da confetture; talvolta essa galoppa sul naso di un sollecitatore, e allora, in sogno, egli sente l'odore d'una supplica, talora va, con la coda di un porcellino della decima, a solleticare il naso di un parroco mentre giace addormentato, e allora egli sogna un altro benefizio; talora ella passa in carrozza sul collo di un soldato, e allora egli sogna di tagliare gole nemiche, sogna brecce, agguati, lame spagnole, e trincate profonde cinque tese; poi, all'improvviso, essa gli suona il tamburo nell'orecchio, al che egli si desta di soprassalto, e spaventato bestemmia una preghiera o due, e si riaddormenta. Questa Mab è proprio quella stessa che nella notte intreccia le criniere dei cavalli, e nei loro crini sozzi ed unti fa dei nodi fatali, che una volta strigati pronosticano molte sciagure.
Lei è la strega, che quando le fanciulle giacciono supine, le preme, e insegna loro per la prima volta a portare, e ne fa delle donne di buon portamento. Essa è colei...
ROMEO: Taci, taci, Mercuzio, taci! tu parli di niente.
MERCUZIO: E' vero, io parlo dei sogni, che sono figli di un cervello ozioso, generati da nient'altro che da una vana fantasia, la quale è di una sostanza sottile come l'aria, e più incostante del vento, che in questo momento carezza il gelido grembo del settentrione, e, corrucciato, se ne va via sbuffando, e volta la faccia verso il mezzogiorno stillante di rugiada.
BENVOLIO: Questo vento del quale tu parli, ci soffia fuori di noi stessi: a quest'ora la cena è finita, ed arriveremo troppo tardi.
ROMEO: Troppo presto, io temo: poiché l'anima mia presente che qualche triste effetto, ancora sospeso nelle stelle, avrà dolorosamente il suo terribile principio nella festa di questa notte, con qualche crudele sentenza di morte immatura. Ma colui che è il pilota della mia rotta, diriga la mia vela! Andiamo, allegri giovani.
BENVOLIO: Suona, tamburo.
(Escono)
389
Claire,
28/05/11 22:33
SCENA QUINTA - Una sala in casa Capuleti
(Sonatori che aspettano. Entrano alcuni Servi)
PRIMO SERVO: Dov'è Pignatta, che non ci aiuta a sparecchiare? Lui cambiare un tagliere? Lui strofinare un tagliere? Oh sì!
SECONDO SERVO: Quando la pulizia deve dipendere tutta dalle mani di una o due persone, che per giunta non se le sono lavate, l'affare è poco pulito.
PRIMO SERVO: Via gli sgabelli, tira da una parte la credenza, e attento all'argenteria. A te, amico, serbami un boccone di quel marzapane; e se mi vuoi bene, di' al portiere che lasci entrare Susanna Lamàcina e Nora. Antonio! Pignatta!
TERZO SERVO: Eccolo, compare, pronti!
PRIMO SERVO: Siete cercato, chiamato, desiderato, e domandato nel salone.
TERZO SERVO: Non si può mica essere qui e là nello stesso tempo.
Svelti, ragazzi: e chi più campa pigli tutto. (Si ritirano)
(Entrano il CAPULETI, con GIULIETTA ed altri di casa, e si fanno incontro ai Convitati e alle Maschere)
CAPULETI: Benvenuti, signori! Le dame che non soffrono di calli ai piedi, desiderano di fare un giro con voi. Ah, ah, signore mie! Chi di voi tutte, ora, rifiuterà di ballare? Colei che fa la ritrosa, ha qualche callo, ve lo giuro, v'ho servito bene questa volta? Benvenuti signori! Ho visto anch'io il tempo in cui mi mettevo una maschera e sussurravo all'orecchio di qualche bella una storia che le piacesse:
ormai è passato, è passato, è passato... voi siete i benvenuti, signori! Andiamo, sonatori, un po' di musica. (La musica suona, e incomincia il ballo) Largo, largo! fate posto! E voi, ragazze, saltate. Degli altri lumi, giovanotti; ripiegate quelle tavole, e spengete il fuoco, la stanza si è riscaldata troppo. Ah, bravo questa festa improvvisata riesce proprio bene. Via, via, sedete, mio buon cugino Capuleti, per voi e per me è finito il tempo di ballare: quanti anni sono ormai passati, da che noi due ci trovammo insieme ad una mascherata?
SECONDO CAPULETI: Per la Madonna, sono trent'anni.
CAPULETI: Come, amico mio! Non è tanto, non è tanto: è dalle nozze di Lucenzio. Venga pure presto quanto vuole, la Pentecoste, noi ci mascherammo in quella occasione, e sono ormai un venticinque anni.
SECONDO CAPULETI: E' di più, è di più: suo figlio ha di più ha trent'anni.
CAPULETI: Che cosa mi dite? Suo figlio due anni fa era ancora sotto tutela.
ROMEO: Chi è quella dama che, col tesoro della sua mano, arricchisce la mano di quel cavaliere là ?
SERVO: Non lo so, signore.
ROMEO: Oh, essa insegna alle fiaccole a brillare! Sembra che essa penda sulle guance della notte, come un ricco gioiello dall'orecchio di una Etiope; bellezza di un valore troppo grande perché se ne possa usare, troppo preziosa per la terra! Tale appare una nivea colomba in mezzo a un branco di corvi, quale si mostra quella giovinetta in mezzo alle sue compagne. Finito questo ballo, spierò dove si mette, e procurerò alla mia rozza mano la felicità di toccare la sua. Il mio cuore ha egli amato prima d'ora? Smentitelo, occhi miei! poiché io non avevo mai veduta, fino a questa notte, la vera bellezza.
TEBALDO: Costui, dalla voce, dovrebbe essere un Montecchi. Cercami la mia spada ragazzo. Come! Il marrano osa venir qui, sotto una maschera grottesca, a ridersi e a farsi beffe della nostra festa? Ebbene, per la nobiltà della mia stirpe e per l'onore del mio sangue, freddarlo con un colpo credo che non sia peccato.
CAPULETI: Che c'è, nipote mio? Perché sei così furibondo?
TEBALDO: Zio, costui è un Montecchi, un nostro nemico, un miserabile che è venuto qui a dispetto nostro, a farsi beffe della nostra festa di stasera.
CAPULETI: E il giovine Romeo?
TEBALDO: E lui, quel ribaldo di Romeo.
CAPULETI: Calmati, gentile nipote, e lascialo in pace: egli si comporta con la dignità di un gentiluomo; e, per dire la verità, Verona vanta in lui un giovane virtuoso e bene educato: né io permetterei, per tutte le ricchezze di questa città, che gli fosse fatto un torto qui in casa mia. Perciò abbi pazienza, non ti occupare di lui: voglio così, e se rispetti la mia volontà, mostrati di buon umore, e lascia andare cotesto cipiglio, che non è al suo posto in una festa.
TEBALDO: E' al suo posto, quando fra gli ospiti vi è un ribaldo come lui: non lo sopporterò qui.
CAPULETI: Sarà sopportato: ebbene, mio bel ragazzo! Ti dico che egli sarà sopportato: andiamo! Chi è qui il padron di casa, io o tu?
andiamo! Non lo sopporterai! Dio protegga l'anima mia! tu vuoi fare uno scandalo fra i miei invitati! Vorresti dar la stura alle passioni!
Pretenderesti di fare una bravata!
TEBALDO:. Ma questa è una vergogna, zio.
CAPULETI: Via, via; sei un arrogante... ma davvero? Questo scherzo ti potrebbe costare caro, so io quel che mi dico. Vorresti metterti a tu per tu con me! In fede mia, è proprio questo il momento! Bene! Bravi ragazzi! Sei un presuntuoso; andiamo, basta, altrimenti... Degli altri lumi degli altri lumi! E' una vergogna: te la farò finire io! Su, un po' di allegria, ragazzi miei!
TEBALDO: La pazienza costretta, incontrandosi con la collera irrefrenabile, mi fa tremar la carne addosso per il contrasto della loro opposta natura. Me ne anderò: ma questa intrusione di Romeo, la quale ora sembra una cosa dolce, si convertirà in amaro fiele.
(Esce)
ROMEO (a Giulietta): Se io profano con la mia mano indegna questa sacra reliquia (è questo il peccato dei pii), le mie labbra, arrossenti pellegrini, sono pronte a render più molle, con un tenero bacio, il ruvido tocco.
GIULIETTA: Buon pellegrino, voi fate troppo torto alla vostra mano, che ha mostrato in ciò la devozione che si conviene: poiché i santi stessi hanno mani, che le mani dei pellegrini possono toccare, e il giunger palma a palma è il bacio dei pii palmieri.
ROMEO: I santi non hanno essi labbra, ed i pii palmieri anche?
GIULIETTA: Sì, o pellegrino, labbra che essi debbono usare nella preghiera.
ROMEO: Oh! allora, cara santa, lascia che le labbra facciano ciò che fanno le mani; esse ti pregano, tu le esaudisci, per timore che la fede non si cambi in disperazione.
GIULIETTA: I santi non si muovono, ancorché esaudiscano le altrui preghiere.
ROMEO: Allora non muoverti, intanto che io raccolgo il frutto della mia preghiera. Ecco, le tue labbra hanno purgato le mie del loro peccato. (La bacia)
GIULIETTA: Allora è rimasto sulle mie labbra il peccato che esse hanno tolto alle vostre.
ROMEO: Il peccato dalle mie labbra? O colpa dolcemente rimproverata!
Rendimi dunque il mio peccato.
GIULIETTA: Voi baciate con tutte le regole.
NUTRICE: Signora, vostra madre ha bisogno di dirvi una parola.
ROMEO: Chi è sua madre?
NUTRICE: Diamine, giovinotto, sua madre è la padrona di questa casa, ed una signora buona, saggia e virtuosa: sua figlia, colei con la quale avete parlato fino ad ora, l'ho allattata io, e vi so dire che chi potrà portarsela via, li avrà sonanti uno su l'altro.
ROMEO: Essa è una Capuleti! Oh il caro prezzo, che io dovrò pagare! La mia vita è un debito che io ho con la mia
nemica!
BENVOLIO: Via, andiamocene, ormai abbiamo visto il più bello della festa.
ROMEO: Sì, ho paura che sia proprio così; più stiamo e peggio è per la mia pace.
CAPULETI: No, signori, non vi preparate per andarvene: c'è pronta una modesta cenetta. Volete proprio andare? Ebbene, allora io vi ringrazio tutti; grazie, miei buoni signori, buona notte. Delle altre fiaccole qua! Su, andiamocene a letto. Oh, amico, si fa tardi davvero; io vado a riposare.
(Escono tutti, tranne Giulietta e la Nutrice)
GIULIETTA: Nutrice, vieni qui: chi è quel signore là?
NUTRICE: E' il figlio e l'erede del vecchio Tiberio.
GIULIETTA: E l'altro che esce ora dalla porta?
NUTRICE: Diamine, quello credo sia il giovine Petruccio.
GIULIETTA: E quell'altro signore dietro a lui, che non ha voluto ballare?
NUTRICE: Non lo so.
GIULIETTA: Va', domandagli come si chiama: se egli è ammogliato, la tomba sarà probabilmente il mio letto nuziale.
NUTRICE: Si chiama Romeo, ed è un Montecchi, l'unico figlio del vostro grande nemico.
GIULIETTA: Il mio unico amore nato dal mio unico odio! O sconosciuto che troppo presto io vidi, e troppo tardi conobbi! Oh, nascita d'amor tra le più rare, che un nemico esecrato io debba amare.
NUTRICE: Che c'è! che cosa dite?
GIULIETTA: Sono dei versi che ho imparato poco fa, da uno che ballava con me.
(Voce di dentro: "Giulietta!")
NUTRICE: Subito, eccoci! Via, andiamo, gli invitati se ne sono andati tutti.
(Escono)
390
Claire,
28/05/11 22:34
ATTO SECONDO
PROLOGO
(Entra il Coro)
CORO: L'antica passione giace ormai sul suo letto di morte, e un nuovo affetto aspira ad esserne l'erede; la bella per causa della quale l'amante si disperava e desiderava di morire, ora, vicino alla gentil Giulietta, non è più bella. Ora Romeo è amato ed ama a sua volta.
Tutti e due gli amanti ora sono incantati dal fascino degli sguardi, ma egli deve sospirare per la sua pretesa nemica, lei deve rubare la dolce esca dell'amore alla punta di terribili ami: essendo considerato come un nemico, egli non può avvicinarla per sussurrarle i voti che gli amanti giurano alle belle; ed essa, innamorata quanto lui, ha anche meno mezzi di trovarsi in qualche luogo col suo novello amante.
Ma la passione presta loro la forza, il tempo offre a tutti e due i mezzi per potersi vedere, mitigando le loro estreme pene con estreme dolcezze. (il Coro esce)
SCENA PRIMA - Una viuzza presso il giardino dei Capuleti
(Entra ROMEO)
ROMEO: Posso io andare innanzi quando il mio cuore è là? Torna indietro, o inanimata argilla del mio corpo, e ritrova il tuo centro.
(Sale sul muro, e salta in giardino)
(Entrano BENVOLIO e MERCUZIO)
BENVOLIO: Romeo! Cugino Romeo! Romeo!
MERCUZIO: Ha giudizio: e, per la vita mia, scommetto che è scappato di nascosto a casa per andarsene a letto.
BENVOLIO: Correva per questa strada, e poi ha scavalcato il muro di questo giardino. Chiamalo, mio buon Mercuzio.
MERCUZIO: Anzi, lo evocherò addirittura. Romeo! Stravagante! Pazzo!
Innamorato furibondo! Apparisci sotto la forma di un sospiro! Rispondi con un verso, e sarò pago! Grida un semplice: ahimè! Pronunzia soltanto una rima: bella e tortorella. Di' una parola amabile all'indirizzo della mia comare Venere, trova un soprannome per il cieco suo figlio ed erede, per il giovinetto Adamo Cupido, che scoccò la sua freccia così bene, quando il re Cofetua si innamorò della fanciulla mendicante. Non sente, non si fa vivo; non si muove; è morto quel macacco, e bisogna proprio che io lo evochi. Romeo, per i fulgidi occhi di Rosalina, per la superba sua fronte e le sue labbra porporine, per il suo bel piedino, per la sua gamba dritta come un fuso, per le sue sobbalzanti cosce e i territori ad esse adiacenti, io ti scongiuro di apparire a noi nelle tue vere sembianze.
BENVOLIO: Se ti sente, lo farai arrabbiare.
MERCUZIO: Non si potrà arrabbiare per questo. Avrebbe ragione di prendersela, se io coi miei scongiuri facessi sorgere nel cerchio della sua bella uno spirito di strana natura, e lo lasciassi lì ritto, finch'ella lo avesse scongiurato ad abbassarsi e andarsene. Questo sarebbe un dispetto! Ma la mia invocazione è onesta e leale, e i miei scongiuri, in nome della sua donna, non hanno altro scopo che quello di far sorgere lui.
BENVOLIO: Vieni, si deve essere nascosto fra quegli alberi per conversare con l'umida notte Il suo amore è cieco, e sta bene al buio.
MERCUZIO: Se amore è cieco, amore non può colpire il bersaglio. In questo momento Romeo si mette a sedere sotto un nespolo, e si augura che la sua bella rassomigli a quelle tali frutta, che le fanciulle, fra di loro, chiamano, ridendo, "le nespole". Oh! Romeo, se ella fosse... oh! s'ella fosse una... 'et caetera'... aperta, e tu una pera spadona!. Buona notte, Romeo. Me ne vado a trovare la mia branda; il campo è un letto troppo freddo perché io vi possa dormire. Vieni, ce ne andiamo?
BENVOLIO: Andiamo pure, poiché è inutile cercare chi non si vuol lasciar trovare.
(Escono)